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L'emergenza del paese Italia

L’emergenza del paese Italia

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Ha ragione Luca Bizzarri quando, nel suo podcast “Non hanno un amico”, parla di una parola ormai logorata dall’uso: “emergenza”. Ogni volta che non riusciamo davvero a comprendere un problema – quando servirebbe fermarsi, sedersi un attimo, provare almeno un’analisi sommaria – buttiamo tutto dentro quella parola. Emergenza meteo, emergenza migranti, emergenza carceri, emergenza minori, emergenza droga.

Con l’emergenza carceri, per esempio, ci ho convissuto per quarant’anni. Sono entrato in un carcere la prima volta nel 1983 e già allora se ne parlava come di un’emergenza: in quel caso era il terrorismo in alcuni istituti penitenziari. Poi ho attraversato l’emergenza traffico, l’emergenza scuola, l’emergenza lavoro, l’emergenza casa, l’emergenza suicidi. Conviviamo da sempre con questa parola che, in realtà, ha un’origine molto diversa: viene dal latino emergĕre, composto da e- (fuori) e mergĕre (immergere, affondare). Letteralmente significa “venire fuori dall’acqua”, “riemergere”, “affiorare da qualcosa che prima copriva”.

L’emergenza, quindi, non nasce come stato permanente, ma come movimento: qualcosa che prima era sommerso e che improvvisamente si rende visibile, urgente perché affiora. Noi, invece, usiamo il termine in modo permanente. “Emergenza dissesto” è l’ultimo esempio: da anni a Niscemi si sapeva che quelle case erano state costruite in un luogo dove non si poteva costruire, da anni gli stessi politici siciliani che ieri si sono fatti vedere in visita in quella città governavano la loro isola. Tutto era emerso da tempo e, al massimo, è solo riemerso. Come a Olbia, a Capoterra e in altri luoghi della nostra terra. Passerà anche questa emergenza, state tranquilli. Tra qualche mese ci occuperemo dell’emergenza siccità.