Se qualcuno mi dovesse chiedere di descrivere la cattiveria, non avrei dubbi: ICE. Ovvero i reparti speciali americani che dal 2001, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, avrebbero dovuto occuparsi di immigrati clandestini e pericolosi e che invece hanno ucciso una povera ragazza innocente, incensurata, trentasette anni, madre di tre figli. O, come si descriveva su Instagram: poetessa, scrittrice, moglie, madre e pessima suonatrice di chitarra del Colorado.
Se dovessi continuare a raccontare questa storia direi che è gonfia di perfidia, orrore, bastardaggine, insensatezza, goffaggine, spregiudicatezza. È un film che nessun regista oserebbe firmare, neppure Tarantino, perché questo è sangue amaro, innocente, sangue che macchia tutte le nostre camicie, le nostre sicurezze, la nostra sicumera.
È, in fondo, la storia di questi ultimi anni: l’arroganza di chi detiene il potere e maschera certe azioni foderandole di democrazia. È l’ipocrisia mondiale di Putin, di Netanyahu, di Maduro, di Hamas, di Trump. Uccidere a sangue freddo chiunque e poi giustificare come errore umano, errore per caso, errore necessario, fuoco amico, errore calcolato.
Non è un errore. È una scelta viscida, cattiva, insulsa, nefasta, una scelta che ci sbatte in faccia tutto l’orrore che stiamo vivendo. E non riusciamo neppure a piangere i morti perché, in ogni caso, per qualcuno sono morti giusti.
La cosa che fa più paura è che ormai sono così sfrontati da uccidere per il petrolio e per il gusto di farlo. Neppure in nome di Dio che, messa così, sembra quasi qualcosa di giusto, e invece non è giusto nulla in questa scacchiera colma di sangue, di ingiustizia.
Una donna è morta. È stato un omicidio. Quelle pallottole hanno colpito la forza della vita, la poesia, l’amore, i bambini, la speranza. Quella pallottola era indirizzata a noi. Non fate finta di non vederla. Non provate a schivarla. Ci ha colpito e dovremmo urlare con tutta la nostra forza.
