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Il silenzio aiuta la mafia

Il silenzio aiuta la mafia

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Il 6 gennaio 1980 era una giornata di festa. Una giornata calma, lenta, come molte di quelle giornate dense siciliane in cui l’aria sembra trattenere i gesti e dilatare il tempo. A Palermo le strade erano più silenziose del solito, le famiglie raccolte, i bambini con i giocattoli nuovi tra le mani.

L’attentato avviene poco dopo le nove, in via Libertà. Piersanti Mattarella è in auto con la moglie e i figli, sta andando a messa. I killer si avvicinano con rapidità, sparano a distanza ravvicinata, poi fuggono. La scena è brutale nella sua semplicità: un corpo che crolla, il sangue sull’asfalto, lo sgomento immediato di chi assiste. In pochi minuti Palermo capisce che non si tratta di un delitto qualunque. È un messaggio, preciso e irrevocabile. Un messaggio mafioso.

Piersanti Mattarella era il presidente della Regione Siciliana che aveva deciso di governare davvero. Non con i proclami, ma con atti amministrativi, regole, controlli. Aveva introdotto criteri di trasparenza negli appalti, spezzato consuetudini opache, incrinato equilibri fondati sull’ambiguità. Non combatteva la mafia evocandola, ma togliendole spazio. Per questo era diventato pericoloso. Molto pericoloso.

La sua morte non segna solo la fine di una vita, ma l’interruzione di una possibilità. Quella di una Sicilia amministrata come una regione normale, e di una politica che sceglie il conflitto con il potere illegittimo invece della convivenza. Piersanti Mattarella era un uomo giusto. E da quel giorno, il nostro Paese ha cominciato a scivolare lentamente nella mediocrità, senza trovare più la forza di ripartire. I lunghi silenzi sulle storie di mafia sono terribili. Ma sembra che a molti vada bene così. Il silenzio non uccide la mafia: la esalta. Questo ho imparato negli anni. E, a quanto pare, ce ne siamo dimenticati.