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I sussurri di Caino

I sussurri di Caino

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Dobbiamo intercettare i sussurri di Caino, non come metafora astratta del male, ma come voce concreta di una società che lo produce: il consumismo che svuota, la solitudine che isola, le istituzioni che educano all’obbedienza e poi si stupiscono della violenza. Quando un ragazzo, appena diciottenne, dichiara che è meglio il carcere anziché la sua casa, non siamo di fronte a un’opinione individuale ma a una diagnosi collettiva sullo stato di questa società. Che sia un assassino (manca il processo, attenzione) in questa fase è ovviamente rilevante, ma probabilmente, bollandolo come carnefice, non ci stiamo ponendo una domanda che va oltre l’etichettamento e va, lasciatemelo dire, anche oltre il gesto e l’oggetto: ha ucciso con un coltello il suo compagno di classe e lo ha fatto a scuola. Se quel gesto lo avesse compiuto nei giardini pubblici non sarebbe per questo meno grave e, se al posto del coltello avesse utilizzato una pietra o una chiave inglese, non si sposterebbe di un millimetro la sostanza dell’atto atroce che ha compiuto. Caino sussurra, ma la narrazione mediatica grida semplificazioni, riduce tutto a una storia di ragazze, di gelosia, di possesso: una menzogna ideologica che serve a non vedere ciò che davvero disturba, cioè le radici sociali e politiche di questa violenza. Certo, c’è anche quello. La ragazza contesa ha riferito che Atif le diceva sempre “o con me o con nessun altro” e non è un buon punto di partenza. Ma, ripeto, dobbiamo avere la forza di ascoltare Caino. È necessario. L’ho fatto per quarant’anni e mi sono sempre posto in una posizione di ascolto. Non ho mai pensato di dover giudicare, nemmeno di fronte ai delitti peggiori. Ho ascoltato tutti: assassini, ladri, truffatori. Ho ascoltato i sequestratori e li ho conosciuti praticamente tutti. Ho sempre sospeso il giudizio, perché era troppo semplice e naturale condannarli; ma se avessi fatto solo quello, oltre a non saper fare il mio mestiere, non avrei capito i solchi poco arati che percorre Caino. Ascoltando Caino si scopre che questa fragilità non è un accidente individuale, ma l’esito di una mutazione antropologica: giovani omologati, apparentemente onnipotenti nel mondo virtuale, capaci di uccidere mille nemici ma che nella realtà non sanno neppure come si raggiunge un luogo senza l’ausilio di Google Maps. Vivono di slogan, di immagini, di posture prese in prestito, ma quando la realtà li tocca con le mani, con il corpo, con la fatica, crollano perché non hanno mai imparato a stare davvero nel mondo. Non hanno risposte perché nessuno è disposto a darne. Il coltello non è uno scudo, è l’unico linguaggio rimasto a chi è stato privato di parola, di cultura, di futuro, e incapace di confrontarsi con tutti i lati del recinto sociale. Ricordo un femminicida che provò a giustificarsi dicendo che lo faceva per la bambina, che avrebbe potuto soffrire per un divorzio complicato. Caino tenta sempre di giustificarsi, ma nel giardino del male semina piante che è necessario osservare e analizzare. Se siete d’accordo con il pacchetto sicurezza contro le armi bianche in tasca ai minorenni siete dei magnifici ingenui, e fate il gioco della classe politica e dello Stato, che brandiscono la retorica dell’ordine come nuova forma di violenza simbolica: pare siano più di 90.000 gli adolescenti che le hanno utilizzate negli ultimi dieci anni. Che facciamo, per prevenzione li incarceriamo tutti? Capisco il vostro disappunto: e allora? Li lasciamo tutti liberi? Il primo decreto sicurezza, il famoso decreto Caivano, ha certificato il fallimento morale dello Stato. Ha soltanto aumentato il numero dei minorenni in carcere, peggiorando il loro futuro. Ascoltare Caino significa soprattutto tentare di capire come intercettare le loro richieste, come intervenire proponendo soluzioni non drastiche né permissive, ma soluzioni pensate: capire dove vivono, come vivono, come passano il loro tempo, cosa offre la scuola e cosa invece può e deve offrire, cosa può e deve offrire il comune, la comunità in cui si muovono. Caino non si nasce, purtroppo si diventa, per effetto di una catena di responsabilità storiche che hanno nomi precisi: la famiglia che abdica, la scuola che non educa perché non ha i mezzi e gli strumenti, il mercato che omologa, i social  che anestetizzano, il potere che governa senza capire. E se Atif, presunto assassino, con un coltellaccio in mano, ci dice che sta meglio in carcere che a casa sua, che ha tentato il suicidio più volte, dobbiamo provare ad ascoltare meglio, perché producendo leggi repressive non si risolve nulla e si dilata, purtroppo, il popolo di Caino. Nel silenzio ottuso e complice di tutti.