Siamo arrivati al ballo del qua qua, alla politica ridotta al trenino di Capodanno, alle barzellette di Pierino, agli sberleffi e al piccolo coro da stadio “chi non salta è comunista”. Che, a pensarci bene, è prerogativa dei tifosi un po’ tardo-adolescenziali. Vedere una presidente del Consiglio e un vicepresidente saltare allegri su un palco gridando “chi non salta è comunista” mi mette una tristezza infinita. Non per me: per loro, ovviamente.
Direte: non accettate lo scherzo, siete musoni, sempre col tono da compito, fatevi una risata. Ma se lo dite, state solo peggiorando la situazione.
Non voglio scomodare i padri della patria, le ventuno madri della Costituzione, l’antifascismo, Pasolini, Pertini, Falcone e Borsellino. E non voglio neppure avvicinarli a questi guitti da palcoscenico che scambiano la politica per un prodotto da esibire.
Se fossero persone serie si vergognerebbero del balletto; se fossero politici capirebbero che dire “chi non salta è comunista” non è solo antistorico, non è soltanto un coro da bimbominkia: è anche terribilmente avvilente. Ma, temo, rappresenta benissimo una parte di chi li vota. Ed è su questo che dovremmo riflettere.
Fra qualche giorno ricorrerà il centenario della nascita di Zygmunt Bauman, il padre della società liquida. Davanti a quel balletto, e davanti agli elettori festanti e felici, il grande sociologo forse cambierebbe idea: chi vota il centrodestra ha basi solidissime, che vanno dal ballo del qua qua ai cori da stadio, passando per l’“eja eja alalà”. E questo, lasciatemelo dire, mi preoccupa. E non poco.
