Meraviglia, davvero, che si continui a parlare di squadristi rossi, e meraviglia, certo, quando li si chiama squadristi neri. Sono squadristi e basta, nel senso più sordido e vile di questa parola: maestri nell’attaccare in branco, nell’accerchiare, nel colpire quando l’altro è solo; abilissimi, poi, a dissolversi quando davanti trovano un gruppo organizzato, quando la forza non è più asimmetrica ma reale. È accaduto con gli squadristi che hanno assaltato la sede della CGIL, è accaduto ieri a Torino con quelli che hanno aggredito un poliziotto inerme, servitore di uno Stato sempre più balbettante, ed è accaduto con gli squadristi che hanno rapito e ucciso Matteotti. Cambiano le bandiere, non cambia il gesto: il pugno, la spranga, il branco.
Sono segni che vengono da lontano, sedimentazioni di una cultura della violenza che nulla ha a che fare con le fondamenta di uno Stato democratico, uno Stato che dovrebbe, prima di ogni altra cosa, garantire sicurezza a tutte le persone che lo abitano, italiani e stranieri, senza distinzioni, senza retoriche, senza doppi standard morali. Non mi piace la canea immediata contro i “comunisti assassini”: la trovo goffa, stanca, teatrale, incapace di andare al fondo delle cose. È la solita semplificazione tossica che serve solo a non capire, a non vedere, a non assumersi la responsabilità di guardare in faccia il problema.
Perché il problema non è il colore delle bandiere, è la struttura del gesto squadrista, è la logica del branco che sostituisce il pensiero, è la violenza come linguaggio politico. Pensare che basti inasprire le pene è una consolazione da salotto, una scorciatoia emotiva: si punisce dopo, quando il danno è già stato fatto, quando qualcuno è già a terra, quando il corpo ha già pagato. Gli squadristi non si combattono solo con il codice penale, si isolano, si separano dai cortei, si tolgono dall’aria che respirano le manifestazioni pacifiche. Si spezza il loro consenso, si prosciuga il loro spazio simbolico, si smonta il mito della forza.
Si può avere torto o ragione, si può stare a destra o a sinistra, ma chi impugna una spranga è sempre dalla parte sbagliata della storia. Contro la democrazia, contro lo Stato di diritto, contro una polizia che, con i suoi uomini in carne e ossa, dovrebbe garantire sicurezza e non diventare bersaglio di una guerra tribale. Gli squadristi sono criminali. Sempre. Comunque. Ovunque. Non per ideologia, ma per metodo. E questo, al di là di ogni dubbio ragionevole, è il punto che nessuno ha il coraggio di fissare davvero.
