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Convegno a Sassari sulla Sicurezza del cittadino e politica penitenziaria 6/4/2008

Convegno a Sassari sulla Sicurezza del cittadino e politica penitenziaria 6/4/2008

SASSARI. Più della metà degli 803 condannati definitivi, che sono il 51 per cento dei detenuti sardi, uscirà dal carcere nei prossimi tre anni. La maggior parte potrebbe finire di scontare la pena fuori da una cella, ma le misure alternative alla detenzione vengono applicate con il contagocce in tutta Italia. Secondo Emilio Di Somma tanti, soprattutto i politici, pensano che certezza della pena equivalga a pena scontata in carcere. Le cose invece dovrebbero andare diversamente e se lo dice Di Somma, vice capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, bisogna riflettere. L’intervento di Emilio Di Somma ieri ha chiuso un partecipatissimo convegno organizzato dalla Camera penale di Sassari in collaborazione con il Comune di Sassari e con l’Ordine forense. I massimi esperti della politica penitenziaria hanno risposto all’appello di Giuseppe Conti, presidente degli avvocati penalisti sassaresi. Si è parlato di «Sicurezza del cittadino e politica penitenziaria». Il convegno è stato l’occasione per fare il punto sul «pianeta carcere» in Sardegna e per parlare di cosa si potrebbe e si dovrebbe fare per migliorare le condizioni di vita dei detenuti, di chi negli istituti penitenziari lavora, dei cittadini che guardano a questi edifici come a baluardi della propria serenità. Ma la sicurezza, dicono gli addetti ai lavori, non sempre e non necessariamente deve essere garantita con la detenzione «classica». Lo ha spiegato con le statistiche Alessandro De Federicis, della Camera penale di Roma. Lo ha ribadito Giampaolo Cassitta, direttore dell’Ufficio detenuti dell’amministrazione penitenziaria. E lo ha testimoniato Pasquale, uscito in anticipo dal carcere dove era rimasto 16 anni, che con la rete tesa dall’avvocato Conti e da suor Maddalena, garante dei detenuti sassaresi, è riuscito a ricostruirsi una vita diversa. L’avvocato De Federicis ha spiegato che i dati sulla recidiva (la tendenza a commettere nuovi reati) contrasta con la cultura del carcere. In effetti, solo l’1 per cento dei condannati commette reati durante le misure alternative. E «solo» diciannove su cento delinquono dopo avere avuto fiducia dallo Stato. Commettono nuovi reati (come sembrano confermare anche i dati sull’indulto) settanta detenuti su cento che scontano l’intera pena in carcere. La paura di essere messi alla gogna mediatica quando quell’unico detenuto su cento commette un grave reato è un deterrente, secondo l’avvocato, per i magistrati di sorveglianza (ieri grandi assenti del convegno). Secondo Emilio Di Somma, la strada vincente è un sistema capace di garantire la certezza della pena, il recupero sociale dei detenuti, la copertura degli organici della polizia penitenziaria e del personale di ausilio. In Sardegna – dove ci sono 1.621 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.547 posti e una tollerabile di 2.145) ci sono progetti che fanno sperare. Tra poco più di un mese partità il «Progetto colonia» a Mamone, Is Arenas, Isili. I 319 detenuti (quasi tutti stranieri) saranno messi nelle condizioni di lavorare – all’aperto e con una custodia attenuata – per la produzione di alimenti biologici di qualità. Grazie a una collaborazione con Slow-food, Coldiretti e Cna, i prodotti verranno messi in vendita nelle più grandi fiere agroalimentari. Quello di restituire con il lavoro dignità e speranza a chi ha sbagliato è un metodo che ha già dato risultati. Non è un caso che il sogno dei vertici dell’amministrazione penitenziaria è di portare nelle tre colonie penali, a regime, ottocento detenuti. Quasi la metà dei reclusi sardi.

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