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Una storia sbagliata.  A Sassari.

Una storia sbagliata. A Sassari.

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La notizia dovrebbe essere di quelle a nove colonne, capace di occupare le pagine per giorni. I quotidiani ne parlano, con una certa discrezione (c’è anche un fondo sul Corriere della Sera), mentre i social restano praticamente silenti. È una storia triste. Tristissima. È accaduta a Sassari ed è una storia sbagliata, fatta di sevizie, torture, violenza e, forse, disperazione. Gonfiata da un silenzio odioso.

Una ragazza di venticinque anni viene di fatto sequestrata dal compagno e, quando i carabinieri arrivano, su segnalazione della madre della giovane venticinquenne,  all’interno dell’abitazione trovano una donna sotto choc, con numerosi lividi, segni di percosse, di una violenza gratuita e cattiva. Il suo ragazzo la costringeva a umiliazioni incredibili, la ricopriva di insulti, spegneva i mozziconi di sigaretta sul suo braccio. Addirittura le ha rasato i capelli a zero con un rasoio. Le negava il cibo, l’ha minacciata di sfigurarla con l’acido. L’ha costretta ad assumere psicofarmaci e ha abusato sessualmente di lei quando era praticamente incapace di difendersi.

Ora, al netto delle necessarie verifiche sul racconto della giovane, dovremmo comunque chiederci se siamo disposti ad affrontare questo disagio che cammina nel nostro quartiere, nelle nostre vie, nei nostri palazzi. Se siamo disposti a mettere sul tavolo dell’analisi un malessere che esiste, serpeggia tra binari scardinati e lacerazioni sociali. Dovremmo chiederci se siamo disposti a discuterne seriamente, di qualcosa che, guarda caso, non ha nulla a che vedere con l’emergenza di San Donato e con il tema degli extracomunitari, né con le baby gang o la microcriminalità.

Qui si parla di un’apparente normalità che, a ben guardare, nasconde più di una crepa. Il ragazzo, attualmente in carcere, ha probabilmente gravi problemi di adattamento, ma questo non basta. Non è solo questo. Forse è anaffettivo, non conosce i codici dell’amore, non li ha mai conosciuti. Forse è vero. Così come è vero che anche la ragazza non ha capito che avrebbe dovuto fuggire, piuttosto che tornare e restare.

Vista dalla terrazza dei nostri appartamenti, la realtà appare nitida, facile. Ma anche lontana. E invece è accaduto qui, davanti a noi, nella città metropolitana di Sassari. C’è un’emergenza sociale diffusa che raccoglie molti fattori. Sarebbe il caso di cominciare ad analizzarli sul serio.