In un convegno pubblico al quale ho partecipato, mi ha colpito l’intervento di un professore ordinario di diritto pubblico, favorevole alla riforma, quando, a un certo punto, ha definito la scelta del sorteggio «sicuramente draconiana, ma necessaria». Una formula che, più di molte analisi, dice già tutto: ammette la durezza della misura e nello stesso tempo pretende di legittimarla come inevitabile.
Draconiano è uno di quei termini che usiamo spesso come sinonimo di duro, inflessibile, punitivo, senza ricordarci più da dove venga. Deriva da Dracone (in greco Drákōn), legislatore ateniese del VII secolo a.C., passato alla storia per aver redatto il primo codice di leggi scritte di Atene. Leggi talmente severe che, secondo la tradizione, prevedevano la pena di morte anche per reati minimi: furti, ozio, piccoli illeciti. A chi gli chiedeva perché punisse tutto con la stessa ferocia, Dracone avrebbe risposto che per i reati minori la pena di morte era adeguata, e per quelli più gravi non aveva trovato nulla di peggio.
Non è solo un aneddoto storico: è una metafora perfetta. Perché quando oggi si definisce “draconiana ma necessaria” una scelta costituzionale, si sta dicendo esattamente questo: che di fronte a un problema complesso non si è trovato di meglio che irrigidire, tagliare, semplificare con la scure invece che governare con strumenti proporzionati.
Il legislatore, nel mettere mano alla Costituzione – che, in termini giuridici, è una legge fondamentale e sovraordinata, posta al vertice della gerarchia delle fonti e destinata a vincolare tutte le altre leggi – non ha trovato nulla di meglio che ricorrere al sorteggio come strumento per risolvere un problema strutturale come quello delle correnti. È un po’ come sostenere che, per eliminare i furti, si possano passare per le armi tutti i ladri e dichiarare chiusa la questione. Ovviamente non è così, non lo è mai stato e mai lo sarà. Intervenire su una norma costituzionale significa incidere sugli equilibri tra i poteri dello Stato, non adottare scorciatoie simboliche.
La scelta del sorteggio per la composizione del Consiglio superiore della magistratura, oltre a essere draconiana, è quindi giuridicamente sproporzionata e politicamente miope. Con lo stesso tipo di ragionamento potremmo sorteggiare gli arbitri di una partita, i capi condominio di un palazzo, i segretari di partito, i componenti di un ordine professionale. Sarebbe una pura e semplice follia, che richiama tristemente quel vecchio adagio dell’“uno vale uno”, quando in realtà tutti sanno che non è così, soprattutto nei luoghi in cui si esercita potere pubblico.
Il paradosso è che uno dei motivi più forti per votare No me lo ha suggerito proprio un autorevole costituzionalista schierato per il Sì: la scelta del sorteggio è draconiana, ma necessaria. Ecco, se per difendere una riforma della Costituzione bisogna arrivare a rivendicare come virtù una misura draconiana, allora forse il problema non è nelle correnti, ma nel modo stesso in cui si concepisce la democrazia costituzionale: non come equilibrio tra poteri e garanzie, ma come spazio da governare a colpi di semplificazione autoritaria.
