Adesso è Federica. E lo scrivo senza alzare la voce, perché il vero scandalo non ha più bisogno di urla. Li abbiamo usati quasi tutti, i nomi, come si usano le parole logore: Carla, Antonella, Chiara, Silvia, Beatrice, Giulia. Un calendario tragico, una liturgia civile che non salva nessuno. Adesso è Federica. Hanno trovato il suo corpo sepolto nella sede operativa della ditta del marito. E già questo, in un Paese ancora capace di intendere, basterebbe come accusa morale prima ancora che giudiziaria. Una mano che spuntava da un cumulo di detriti. Solo una mano. Come se il resto fosse un ingombro, come se la persona potesse essere ridotta a un frammento, a un avanzo. La mano di Federica.
E noi restiamo immobili, non per pietà ma per assuefazione. Non abbiamo più nomi e non abbiamo più parole. I corpi delle donne vengono maciullati, martirizzati, squartati e noi li archiviamo mentalmente come fatti di cronaca, come rumore di fondo. Questa è la vera vittoria del potere: aver trasformato l’orrore in normalità. Abbiamo provato, si dice, a scavare nelle atrocità dell’anima di questi uomini. Ossessionati dal possesso, convinti di essere padroni di corpi altrui, persuasi che l’amore coincida con il diritto di vita e di morte. Ci abbiamo provato, certo. Abbiamo analizzato, commentato, psicologizzato. Ma sempre con la prudenza di chi non vuole sporcarsi davvero.
Perché capire fino in fondo richiederebbe tempo, anni, e soprattutto richiederebbe una scelta politica e culturale radicale. Bisognerebbe cominciare dalla scuola pubblica abbandonata, umiliata, svuotata. Da quella scuola che dovrebbe insegnare l’esistenza dell’altro e invece viene lasciata sola, senza strumenti, senza visione. Bisognerebbe cominciare da un’educazione affettiva che questo governo di destra rifiuta con ostinazione, scambiandola per propaganda, per deviazione, per minaccia all’ordine. Come se parlare di rispetto significasse fare apologia dell’omosessualità, delle persone transgender, di tutto ciò che non rientra nel loro recinto angusto di normalità. È l’antica arroganza di chi si crede depositario della verità e per questo autorizzato a negarla agli altri.
Quante Federica dovremo ancora vedere sulle prime pagine dei giornali e nei flussi dei social, esposte come trofei della nostra ipocrisia? Quante trasmissioni dell’orrore dovremo ancora ingoiare prima di ammettere che non si tratta di emergenze, ma di una struttura profonda, di un’educazione mancata, di una cultura malata? L’unico punto di partenza possibile è la scuola, è il rispetto delle persone, dei sessi, delle scelte dell’altro, della libertà dell’altro, perfino delle sue richieste. Bisognerebbe spiegare, con parole semplici e radicali, che l’altro esiste. Che è unico, non replicabile, irriducibile a proprietà. Che la sua esistenza non è un ostacolo ma il sale stesso della vita.
E invece no. Ci perdiamo in mille rivoli di demagogia, in spruzzi di ideologia usati come alibi, e chiudiamo sempre allo stesso modo, con la menzogna finale: il patriarcato non c’entra, il disprezzo non c’entra, il rancore non c’entra. È una formula di autoassoluzione ripetuta da una società che non vuole guardarsi allo specchio. E intanto Federica muore. Non per follia, non per destino, ma per una colpa collettiva che continuiamo a chiamare fatalità.
Questo articolo è stato scritto il domenica, Gennaio 18th, 2026 at 18:54
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Tags: donne, etica, femminicidio, patriarcato
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