Qualcuno, finalmente, prova a farsi delle domande elementari, quelle che un potere serio dovrebbe porsi prima ancora di decidere. Se Cagliari, Uta e Sassari vengono consacrate al 41 bis, come templi di una nuova religione punitiva, che ne sarà dei detenuti comuni, di quelli nati e cresciuti qui, dei territori che vengono svuotati come colonie di scarto? E che ne sarà dei poliziotti penitenziari che oggi lavorano in quegli istituti, destinati a essere sostituiti dai GOM, i reparti speciali chiamati a sorvegliare i nuovi intoccabili del sistema repressivo?
Nessuno parla. Tutti sussurrano. E in quel sussurro c’è l’ammissione di una colpa: questa scelta non è solo inconcepibile, è misera, è colonialista, è moralmente infame. Ed è, prima ancora, un mostro giuridico. In Sardegna si vorrebbe cancellare, con un tratto di penna arrogante, le uniche tre case circondariali rimaste. Come se il diritto potesse essere riscritto secondo la geografia della paura. Come se fosse pensabile che un arrestato venga spedito in una casa di reclusione, luogo destinato ai condannati definitivi, violando un principio elementare dello Stato di diritto.
Lo ripeto da mesi, quasi con ostinazione disperata: oggi in Sardegna gli arrestati finiscono a Sassari Bancali, a Cagliari Uta, a Nuoro Badu e Carros. Alghero, Oristano, Tempio sono case di reclusione. Isili, Mamone, Is Arenas colonie agricole. Lanusei, l’unica circondariale rimasta sulla carta, è destinata ai detenuti “sex offender”. E se anche Cagliari e Sassari vengono sacrificate al 41 bis, le donne detenute dovranno essere deportate. Le madri, anche loro. Verso il continente, come pacchi scomodi di cui liberarsi. È questo il progresso? È questa la civiltà giuridica che ci viene raccontata?
Queste decisioni nascono da un’idea vecchia, malata, autoritaria, partorita nel 2011 dal governo Berlusconi: l’idea che i detenuti al 41 bis debbano essere collocati “preferibilmente” nelle isole. (legge ovviamente votata da tutti i rappresentanti sardi del centrodestra, nessuno escluso). Una follia allora, un relitto ideologico, oggi una violazione palese dei diritti. Ottocento detenuti sardi costretti a lasciare la loro terra, famiglie spezzate, poliziotti isolani ridotti a comparse in reparti speciali dominati da personale del continente, costi folli per missioni, (110 euro al giorno per ogni poliziotto) mezzi, logistica, senza nemmeno la presenza dei repartini sanitari negli ospedali, che in Sardegna semplicemente non esistono.
Di fronte a tutto questo il governo tace. Non risponde, non spiega, non argomenta. Non balbetta nemmeno. E allora la domanda diventa politica, prima ancora che penitenziaria: perché non prevedere il 41 bis in Sicilia, che è isola anch’essa, o all’Elba, a Porto Azzurro? Perché non distribuire questi detenuti in piccole sezioni al Nord, lontano dai loro territori d’influenza, invece di usare la Sardegna come discarica simbolica del male assoluto?
Perché questo silenzio ostinato? Perché questa volontà di distruggere, in un istante, quel poco di buono che era stato costruito in Sardegna sul piano del trattamento, della formazione, dell’università in carcere, dei progetti che davano senso al tempo detentivo? Che ne sarà degli studenti detenuti, dei percorsi avviati, di quell’idea – fragile ma reale e necessaria – che il carcere non debba essere solo vendetta?
Forse la risposta è la più semplice e la più inquietante: non interessa a nessuno. E il nostro silenzio, il silenzio di tutti, diventa consenso. Un consenso vile, ipocrita, che accompagna una scelta ingiusta, inutile, sbagliata, pessima. Una scelta che dovrebbe indignarci e invece ci trova immobili, come se l’ingiustizia, quando colpisce i reclusi, fosse sempre un po’ meno ingiustizia. E invece è lì che si misura la verità di uno Stato.
