C’è un’accusa, piuttosto evidente, e c’è una difesa alquanto sorprendente e molto italiana: Dio, patria e famiglia. Un brianzolo di trentanove anni si è attribuito una laurea in ingegneria con il massimo dei voti al prestigioso ateneo Federico II di Napoli e, visto che non costava troppo, nel curriculum aveva aggiunto anche un corso di laurea in un istituto privato telematico. Ha potuto così esercitare il mestiere di docente di matematica e fisica ma, dopo essere stato scoperto, dovrà risarcire quanto la sentenza della Corte dei conti ha stabilito in circa sessantamila euro. Una carriera folgorante ma breve.
Tutto secondo alcuni canoni ben noti in un Paese dove essere scaltri e furbetti è visto come un tentativo quasi simpatico: d’altronde non ha ucciso nessuno, ha lavorato in modo non proprio onesto ma gli alunni non si sono mai lamentati. E poi, diciamolo, in un luogo dove si è stati capaci di vendere la fontana di Trevi, regalare borsette false, far passare una minorenne per la nipote di Mubarak, promettere l’abolizione della legge Fornero per poi fare l’esatto contrario, non deve stupire se il nostro brianzolo – profondo Nord, quindi, giusto per sfatare alcuni miti – ha provato a bluffare senza alcuna laurea in mano.
Questa è la notizia. Poi c’è la difesa che, secondo il suo avvocato, riconduce il comportamento dell’assistito “non a un intento fraudolento, ma alla necessità di trovare un’occupazione e alla convinzione di poter comunque svolgere con competenza e dedizione le mansioni richieste”. È un Paese meraviglioso il nostro. Possiamo ribattere a una dichiarazione così, oltremodo geniale, di fronte a una frode perpetrata per anni? No, non possiamo. Perché tutti teniamo famiglia e, in fondo, abbiamo frequentato l’università della strada.
