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Repubblica e libertà

Repubblica e libertà

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Scrive Ezio Mauro, in un suo editoriale su la Repubblica, che «ogni giornale è responsabile della propria storia», mentre gli editori possono esserne fondatori, ma ciò che conta davvero è che il rapporto tra il giornale e l’editore sia trasparente, affinché il lettore possa essere consapevole dei poteri in campo e misurarne il raggio d’azione.

Tra i lettori di Repubblica ci sono anch’io. La compro dal 14 gennaio 1976, giorno della sua uscita, quando molti del mio giro preferivano Lotta continua o il manifesto. Cominciai allora a cercare quel patto tra lettore e giornale, e lo trovai nelle parole di Miriam Mafai, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Gianni Rocca, Sandro Viola, Mario Pirani, Beniamino Placido, Barbara Spinelli, Gianni Brera, solo per citarne alcuni.

Repubblica divenne il mio quotidiano. Le perdonai – un po’ come si fa con i figli molto amati – qualche sbandamento e qualche presa di posizione che non condividevo. Oggi, però, Repubblica, per quanto si sforzi di mantenere un dialogo con il popolo della sinistra, non mi rappresenta più da tempo. Eppure continuo ad acquistarla ogni mattina in edicola, per quell’amore che negli anni si è trasformato in affetto, abitudine, perfino tranquillità.

Leggo con sempre maggiore mestizia certi articoli e non mi ritrovo affatto nella linea intrapresa sulla guerra. Il direttore non scrive mai un editoriale e le grandi firme si sono ridotte a Giannini, Ezio Mauro – forse il miglior giornalista oggi in circolazione – e Cuzzocrea. Rimane ancorato al ceppo della sinistra Michele Serra, e poco altro. E da quando Brera non scrive più, non è più domenica.

In questi giorni si parla molto di Repubblica perché se ne paventa la vendita a un gruppo greco. È il libero mercato, si dice, ed è sostanzialmente vero. Ma la storia – quella fatta di parole, inchieste, prese di posizione, battaglie – non credo possa essere venduta, e soprattutto non possa essere svenduta.

Mi rendo conto che Repubblica per anni è stata un grande totem monolitico, identificato con Eugenio Scalfari, che fungeva anche da editore. Osservava gli altri quotidiani con una certa dose di charme e di puzza sotto il naso – diciamolo: Repubblica è stata il giornale dei radical chic – mentre gli altri arrancavano, rischiavano il fallimento, venivano spezzettati, chiusi, abbandonati. Repubblica, invece, navigava in acque calmissime, sulla scia di quasi cinquecentomila copie quotidiane. Era diventata il terzo Parlamento della sinistra. Era, in qualche modo, la sinistra “per bene”, ammesso che ne esistesse una “per male”.

Poi le vendite sono diminuite. Oggi il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari ha una tiratura di circa centocinquantamila copie, ma ne vende, di fatto, la metà. È tornato alle origini, quando le ottantamila copie facevano gridare, negli anni Novanta, al miracolo.

Ogni giornale è responsabile della propria storia, e quella di Repubblica è una storia fatta di fotografie, di istantanee, di pagine bellissime che oggi non ci sono più. Da lettore consapevole mi sono reso conto, da tempo ormai, che qualcosa si è rotto nel rapporto tra me e il quotidiano. Non mi appassiona più. Lo dico con rabbia e con mestizia, un po’ come quella vecchia frase: “noi siamo diversi, ma siamo uguali agli altri partiti”.

Ecco, Repubblica da tempo è troppo uguale agli altri quotidiani. E non è una bella notizia.

Non so come andrà dopo la vendita alla cordata greca, non so se si snaturerà. Ma una cosa è certa: lo ha già fatto, da tempo. Forse è colpa mia, rimasto fermo a osservare il flusso degli eventi senza accorgermi che la sinistra è diventata un’altra cosa. Ma la vecchia Repubblica mi manca, eccome. E anche per questo, per affetto, continuerò ad acquistarla.