Il discorso di Leone XIV al Giubileo dei detenuti è stato alto, forte, autorevole. Tra le parole che mi hanno colpito, la denuncia del sovraffollamento e i progetti di recupero: “Dal terreno duro del peccato sbocciano fiori meravigliosi. Il Giubileo offra la possibilità di ricominciare”. “Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio”.
E mi sono subito chiesto: Dio vuole questo. E noi? Dico, noi uomini, persone che camminano su questa terra, noi peccatori, noi indifferenti, noi urlatori, cosa vogliamo? Ed è apparso Francesco, non il santo ma quello che nessuno ha osato definire santo, papa Francesco. E mi sono subito chiesto: cosa avrebbe fatto, il giorno del Giubileo dei detenuti, lui, quel papa venuto da troppo lontano, dal mondo alla fine del mondo?
Si sarebbe recato in carcere. Avrebbe camminato all’interno delle sezioni, avrebbe annusato l’odore del carcere. E, mi dispiace dirlo, raccontare parole meravigliose dal pulpito di San Pietro non è la stessa cosa che calpestare terra di galera. Avrebbe tuonato in maniera umana Francesco, andando forse oltre le righe, avrebbe raggiunto tutte le anime nere all’ascolto e regalato un piccolo momento di speranza.
C’erano i detenuti in permesso nella messa presieduta dal papa nella basilica di San Pietro. Ed è stato un momento alto, bello, forte, quasi biblico. Ma Francesco avrebbe celebrato la messa in una cappella di un carcere, sorriso e abbracciato quei detenuti che non erano stati scelti per la buona condotta, avrebbe pranzato, forse, con i rapinatori e gli assassini e avrebbe versato il vino e spezzato il pane per chi diceva: ho sete e ho fame.
Questo mi è mancato. Francesco, che aveva un solco lungo il viso. Come una specie di sorriso.
