Ci sono parole che creano un alone particolare e, se usate con leggerezza, finiscono per rovesciare il loro significato. È il caso di “monito”, scelto da Francesca Albanese per commentare l’assalto alla redazione torinese de “La Stampa”. Ha condannato l’episodio, certo, ma lo ha definito “anche” un monito alla stampa, un invito a tornare a fare il proprio mestiere, a rimettere i fatti al centro. Eppure quel monito, quell’avvertimento è fuori bersaglio. La stampa – con tutte le sue omissioni, le sue miserie, la sua partigianeria, e gli esempi non mancano – non può essere intimidita attraverso la devastazione degli strumenti con cui lavora.
Quello non è un monito: è squadrismo puro, pericoloso, indegno.
Le parole della Albanese mi riportano alla memoria una figura incontrata anni fa in un carcere. Una persona abilissima nel dispensare consigli saggi che, puntualmente, disattendeva. Nel giro di pochi minuti riusciva a contraddire se stessa, come se le sue raccomandazioni non le appartenessero davvero.
Un suggerimento alla Albanese e a chi condivide quella postura: ripasso intensivo da Nanni Moretti e una rilettura attenta del copione di Palombella Rossa. “Le parole sono importanti”, ricorda Michele Apicella, e guarda caso lo dice proprio a una giornalista.
