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Condanna

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Irene Pivetti, per me che cerco sempre storie da raccontare, ne custodisce una singolare. È stata la più giovane presidente della Camera dei Deputati, tra il 1994 e il 1996, deputata per tre legislature, conduttrice televisiva e imprenditrice. Ha camminato nei palazzi del potere e attraversato i luoghi rarefatti dove il terreno sembra sempre in salita e ogni passo più faticoso del precedente. Eppure, questa parte della sua biografia mi interessa relativamente: a incuriosirmi davvero è la sua discesa all’inferno, e l’attesa che Caronte la traghetti in una delle sezioni femminili di qualche carcere italiano.

Ciò che colpisce non è il fatto in sé, ma il modo in cui Pivetti lo ha raccontato. In un’intervista non c’è traccia di vittimismo, piuttosto un senso di fatalismo, per lei radicato persino in un volere divino. Parla delle sue tristezze di madre e di nonna, senza concedere al carcere il potere di dominare la sua vita. Mi ha stupito che non abbia cercato scorciatoie, che non abbia gridato al complotto. Non si è neppure proclamata innocente o colpevole. È rimasta lì, simbolicamente seduta sulle rive dell’Acheronte, ad aspettare.

Ha riconosciuto la sua “colpa” nell’aver fatto impresa (è stata condannata per evasione fiscale e autoriciclaggio, ed è a processo per la compravendita di mascherine durante la pandemia). Ma quando le è stata rivolta una domanda scomoda – “Il fatto di chiamarsi Irene Pivetti può aver giocato a suo svantaggio?” – la sua risposta è stata esemplare, da grande persona e da pessima politica: «Qualcuno lo pensa, ma io non credo al complotto». Bastano queste parole a conquistare la mia stima, che come presidente della Camera non aveva mai avuto.

Il carcere è un percorso che non si augura a nessuno: il rumore delle chiavi, l’odore delle sezioni, le urla, i silenzi, le paure, la disperazione. Tutto questo Irene Pivetti lo conoscerà e se lo porterà addosso per sempre. Ma nelle sue parole non c’è rassegnazione, solo consapevolezza. Una consapevolezza che, ironia della sorte, sembra mancare alla gran parte della classe politica di oggi.

Se un insegnamento si può trarre da questa donna, è la forza della volontà: affrontare il carcere con dignità, come una tappa dolorosa ma parte della vita, con la voglia di ricominciare. Così ha fatto già dal novembre 2022, lavorando al ristorante Smack di Monza, che dà lavoro a ex detenuti. In silenzio, per mille euro al mese, senza privilegi. Era rimasta sola, abbandonata da quel “cerchio magico” che un tempo la circondava. Eppure, chi scommette sui perdenti, sugli sconfitti, sugli ultimi, trova sempre un sentiero da offrire a chi affronta le intemperie dell’esistenza.

Penso – e spero – che dopo un anno di carcere Irene Pivetti possa, come la legge consente, accedere ai servizi sociali e tornare a lavorare a Monza, nello stesso ristorante. Perché le sue parole, il suo atteggiamento, il modo in cui ha saputo affrontare le vicissitudini della vita, meritano una seconda occasione.