Non ho la competenza e l’autorevolezza per esprimere un’opinione compiuta, però l’archiviazione disposta dalla gip di Milano nei confronti di Marco Cappato la leggo come una bella notizia. Cappato, se ricordate, si era autodenunciato nel 2022 per aver accompagnato, per il suicidio assistito, alla clinica Dignitas prima la signora Elena, 69enne veneta malata terminale di cancro, e poi Romano, 82 anni, ex giornalista e pubblicitario affetto da una forma grave di Parkinson. La gip ha riconosciuto che, nei due casi, il trattamento di sostegno vitale era «accanimento terapeutico».
Capisco che sul fine vita si sia aperto – e giustamente – un interessante dibattito ed è difficile decidere da che parte stare. Personalmente sono molto combattuto, ma il mio ago della bilancia, anche se di poco, propende per la scelta autonoma di chi decide di porre fine a una vita colma di dolore.
Sono storie laceranti che si inseriscono in un solco etico dove le scelte sono frutto di molte analisi, ripensamenti, volontà negate, volontà nascoste, egoismi da parte di chi sceglie il fine vita ed egoismi da parte di chi, invece, è decisamente contrario.
Eppure, quando arriva quel momento — il momento in cui qualcuno sente che la partita della vita è ormai chiusa — credo che il diritto di decidere debba restare nelle mani di una sola persona. Di quella persona.
La solitudine di certe scelte non è un difetto della condizione umana. È la sua forma più nuda. E forse anche la più degna di rispetto, perfino quando non riusciamo a condividerla.