Non ho seguito la vicenda di Chiara Poggi. Non l’ho fatto per una ragione precisa: non amo la trasformazione dei processi in spettacolo, questo continuo rifacimento nelle sale televisive, affollate di presunti esperti – criminologi, psicologi, neuroscienziati – chiamati a pronunciare verità che spesso hanno il suono fragile delle ipotesi.
Ho la sensazione netta che siamo davanti a una vicenda complessa, che meriterebbe di essere riletta nei luoghi e nei tempi stabiliti dal codice penale e da quello di procedura penale. So che molti si sono esposti per l’innocenza di Stasi – che, piaccia o meno, resta colpevole per una sentenza passata in giudicato – o per la colpevolezza di Sempio, che invece è, allo stato, una persona indagata e dunque innocente fino a prova contraria, eventualmente chiamata a un processo.
Colpisce, più di ogni altra cosa, la sicurezza con cui alcuni giornalisti dichiarano di aver trovato una verità rivelata, costruita su prove che, a ben vedere, restano tutte da dimostrare. E sorprende ancora di più la disinvoltura con cui si introduce un movente – “Chiara Poggi è stata uccisa dopo un approccio sessuale” – quando, a quanto sembra, mancano elementi certi capaci di sostenere un’affermazione così grave.
Quello che emerge è un dato che inquieta: la giustizia, la verità, la colpevolezza non sono materia da salotto. Non si prestano a semplificazioni, non sopportano la leggerezza. Fin dalla notte dei tempi esistono schieramenti, e il richiamo a Barabba non è casuale: anche Gesù fu ritenuto colpevole e condannato. Da sempre, accanto alla verità processuale, si tenta di costruirne un’altra, parallela, spesso più seducente ma non per questo più giusta.
Io continuo a non seguire questa vicenda. Attendo, semmai, un eventuale nuovo processo. Ho imparato a fidarmi delle carte: ne ho lette migliaia, e so quanto sia difficile, talvolta, arrivare a una decisione. Eppure, sempre per esperienza, posso dire che le sentenze davvero sbagliate, davvero false, sono state poche.
L’errore, in questi casi, è qualcosa di terribile. Ma esiste. E proprio per questo impone cautela, misura, rispetto.
Resta una speranza, semplice e necessaria: che ogni passo venga compiuto nel nome di Chiara Poggi, che oggi non c’è più. E resta una convinzione che non cambia: è preferibile un colpevole libero che un innocente in carcere.