Quando passava Zanardi il silenzio non esisteva. E neppure le parole, e neppure gli sguardi, e gli attimi, e le pulsazioni. Tutto restava sospeso nel movimento estremo della bellezza.
Quando passava Zanardi c’era sempre il colore della vita a pitturare tutte le cornici tristi dell’esistenza. C’era il verde e il giallo, il rosso e il blu. C’erano il mare e la terra, le colline e le biciclette, le ruote e la benzina. C’era l’odore della passione e dell’olio bruciato, lo stridore della contemplazione.
Quando passava Zanardi tutti dicevano: «È forte Alex». È forte perché ci crede, perché lui, con la sua voglia, è capace di sbullonare il mondo, di cercare le chiavi per svitarlo fino all’inferno e poi, con la bici o con la moto o con qualche formula magica, arrivare in cima alla montagna: come Fausto Coppi, come Gino Bartali.
È pazzo, Zanardi. Ha la follia di Ayrton Senna e i sospiri di Michele Alboreto, la tristezza di Gastone Nencini e il volo di Gilles Villeneuve.
Solo che lui, prima di fermare il mondo, prima di fotografare l’infinito, ha detto a tutti gli dei dell’Olimpo: «Sono Zanardi. Fatemi volare».
Senza piedi e senza viti, senza freni e senza nessun aiuto. Da solo. Ce la faceva da solo, Zanardi.
E quando passava diceva a tutti: «Visto? Basta poco».
Adesso tutti a dire che è stato un eroe. Ma lui lo sa che non è questa la storia da raccontare. Non gli interessa. Vincere per sorridere e poter dire a tutti: «Ehi, sono Zanardi».
Quando passava lui le sconfitte si nascondevano.
Ciao Alex. Ripassa, che sono qui. Che aspetto.