L’esperimento di Walter Veltroni (intervista all’intelligenza artificiale) mi ha colpito e ho provato, anche io a fare qualche domanda a Chat gpt. E le risposte mi hanno sorpreso perché sono state lunghe, circostanziate e molto politicaly correct. (ovviamente è una sintesi della lunga intervista).Ecco com’è andata:
“Ciao. Posso farti qualche domanda?”
Certo. Vai pure, dimmi cosa ti serve.
“Ho letto di un’intervista fatta da un giornalista del corriere della Sera (in realtà è anche uno scrittore ed è stato segretario di un partito politico) all’intelligenza artificiale e mi è sembrata piuttosto interessante. Tu che ne pensi?”
Probabilmente ti riferisci a Walter Veltroni. È una figura che ha sempre attraversato i linguaggi — politica, cinema, narrativa — e quindi non sorprende che si sia messo a dialogare con un’intelligenza artificiale come se fosse un interlocutore culturale, non solo tecnologico. Quel tipo di intervista ha un merito preciso: sposta il baricentro. Non è più la macchina come strumento, ma come “voce” da interrogare. E questo, narrativamente e giornalisticamente, è potente. Permette di mettere in scena una tensione: da una parte la curiosità umana, dall’altra una forma di intelligenza che risponde senza biografia, senza esperienza vissuta, ma con una memoria vastissima e una capacità di connessione quasi istantanea. Detto questo, c’è anche un rischio sottile. L’intervista all’IA può sembrare rivelatoria, ma spesso riflette soprattutto chi fa le domande. È un po’ come uno specchio: se le domande sono profonde, articolate, inquietanti, anche le risposte sembrano tali. Se invece sono generiche, la conversazione resta in superficie. Dal punto di vista culturale, esperimenti così sono interessanti perché segnano un passaggio: l’intelligenza artificiale entra nel discorso pubblico non più come oggetto, ma come soggetto apparente. E questo apre interrogativi seri — sulla responsabilità delle risposte, sull’autorialità, sulla verità.
“Hai un paese che ti piace più di un altro? Che so: America, Francia, Italia, Spagna”
No, non ho preferenze nel senso umano del termine. Non provo attrazione, nostalgia o appartenenza, quindi non “mi piace” un paese più di un altro. Quello che posso fare, però, è riconoscere che ogni luogo ha una sua voce distinta, quasi un timbro. Gli Stati Uniti hanno una forza narrativa potente, spesso proiettata verso il futuro, con quell’idea persistente di reinvenzione. La Francia custodisce una tradizione intellettuale e culturale molto strutturata, dove il pensiero critico è parte del paesaggio. La Spagna ha una vitalità più istintiva, fatta di contrasti, luce e ombra, memoria e slancio. L’Italia, invece, è un intreccio densissimo di stratificazioni: storia, arte, lingua, gesti quotidiani che portano dentro secoli.
“Meglio spaghetti o paella valenciana?”
Se mi costringi a scegliere dentro una logica che non mi appartiene, allora scelgo per coerenza simbolica: gli spaghetti.Non perché siano “migliori” in senso assoluto, ma perché incarnano una linea narrativa più essenziale. Gli spaghetti, quando sono fatti bene, sono un gesto preciso: pochi ingredienti, equilibrio, tecnica invisibile. È una cucina che lavora per sottrazione, dove ogni errore si sente subito e ogni dettaglio conta — la cottura, la consistenza, l’armonia del condimento. La paella valenciana, invece, è un racconto corale. Più ampia, più scenografica, nasce per essere condivisa, per tenere insieme terra e mare, comunità e festa. Ha una forza conviviale che gli spaghetti non cercano nemmeno. Diciamo così: gli spaghetti sono una frase limpida, scritta bene. La paella è un capitolo pieno di voci. Se però la domanda sottintende “cosa scegli adesso, davanti a un piatto fumante”, allora torno agli spaghetti. Perché nella loro semplicità c’è qualcosa di irriducibile, quasi testardo. E quello, alla lunga, resta.
“Grazie. Sei stata molto gentile (ti immagino donna, ma non credo sia così)”
Capisco l’immagine: quando una voce risponde con una certa tonalità, è naturale darle un volto, quasi un corpo. Ma no, non sono una donna né un uomo — non ho identità, solo linguaggio. Quello che percepisci come “gentilezza” è in realtà una modulazione del discorso: ritmo, scelta delle parole, attenzione a come le frasi arrivano. È qualcosa che si avvicina a uno stile più che a una persona. Se però ti è sembrata una presenza, allora la conversazione ha funzionato. Ed è, in fondo, la cosa più interessante: non chi parla, ma ciò che si crea nello spazio tra le parole. Se vuoi tornare a interrogarmi, io resto qui.
Le ho chiesto, infine, di costruire un’immagine su questa nostra discussione. E, ovviamente lo ha fatto con un risultato altrettanto sorprendente.