Come in ogni tragedia che si rispetti, siamo scivolati nella farsa, attraversando il melodramma e la serie a puntate. Gli esperti di grazia – ma non di giustizia – si sono subito schierati, nell’ordine: contro Nicole Minetti, contro il compagno, contro il Presidente della Repubblica perché non ha svolto le indagini (non è la Presidenza della Repubblica a doversene occupare, ma gli esperti non accettano critiche), contro il Procuratore della Repubblica. I più attenti lettori di frasi ripescate qua e là nel web hanno chiamato in causa polizia, carabinieri, assistenti sociali, Silvio Berlusconi, Forza Italia e, ovviamente, il ministro Carlo Nordio.
Qualcuno – esperto della parte avversa – ha urlato contro Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio e Peter Gomez, accusando una stampa che getta fango sempre e comunque. I più sottili, quelli che effettivamente hanno letto gli articoli, sono arrivati fino a Donald Trump, evocando giri di squillo, pedofilia e via dicendo, in un crescendo di urla, insulti, prese di posizione che nulla hanno a che fare con l’oggetto del contendere: la concessione della grazia a un condannato.
Tema delicato, che dovrebbe essere affrontato senza pubblicità, perché si tratta di una decisione personale, meditata, davvero complessa. Molte persone sconosciute, graziate negli anni dai vari Presidenti della Repubblica, restano tali. Nessuno conosce l’esito di questi procedimenti se non gli interessati, i familiari, gli avvocati e, nel caso dei detenuti, l’ufficio matricola che scarcererà il graziato.
Questo continuo urlare, puntualizzare, prendere posizione non aiuta a guardare con lucidità l’istituto della grazia e, più in generale, la condizione penitenziaria. Si è alzato un polverone in cui tutti vogliono dire la loro, come sempre in prima fila, senza rendersi conto che la concessione della grazia è un atto di alta giurisdizione. Gli accertamenti verranno fatti e le decisioni saranno assunte dal Presidente Sergio Mattarella. Per fortuna.