«Quanti palestinesi hanno salvato le flottiglie?» La domanda, per quanto retorica e terribilmente semplicistica, l’ha posta, a margine della presentazione del libro Dalla parte divisa, scritto dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi (sì, anche i ministri scrivono). «Quanti bambini palestinesi sono rimasti in vita?», ha rincarato Ignazio La Russa.
È fin troppo facile replicare con un’altra domanda, altrettanto diretta: quanti palestinesi inermi e innocenti hanno salvato gli israeliani? Quanti bambini ha salvato Benjamin Netanyahu?
Sappiamo bene che è tutto sbagliato, che la realtà non si lascia ridurre a formule da slogan. Le guerre – meglio, i genocidi – non si comprendono né si affrontano con esempi improvvisati. Eppure è su questo piano che ci viene chiesto di restare. È questo il livello del discorso politico con cui siamo costretti a misurarci: nessuna analisi, nessuna posizione ponderata, nessuna statura. Nulla. Si parla “alla gente”, dicono.
Ma davvero siete convinti che la gente non abbia capito cosa sta accadendo a Gaza? Davvero pensate che sia insensibile, che non veda, che non senta? Davvero credete che bastino poche parole, semplificate fino all’osso, per rendere tutto comprensibile, accettabile, digeribile?
La flottiglia, forse, non ha salvato vite. Ma ha fatto qualcosa di essenziale: ha tenuto accesi i riflettori. Ha impedito che il buio calasse del tutto su luoghi dove si continua a morire, dove un popolo viene massacrato sotto il peso della violenza.
Forse è tempo di sottrarre le cose complesse alla pigrizia delle semplificazioni. Di restituire profondità, responsabilità, rigore allo sguardo. Perché intanto muoiono bambini, donne, innocenti. E voi, come sempre, fissate il dito – la flottiglia – senza riuscire a vedere la luna: il massacro.