Di Evaristo Beccalossi ho un vivido ricordo che non c’entra con le partite di calcio e neppure con i due gol segnati nel derby contro il Milan. Il mio è un ricordo teatrale – peraltro bellissimo – in cui l’attore Paolo Rossi racconta di quando Beccalossi sbagliò, nella stessa partita, due rigori.
Al di là delle battute, rimasi stupefatto dal gesto: sbagliare, avere il coraggio di riprovarci e sbagliare di nuovo. In carcere avevo conosciuto un detenuto piuttosto bislacco e poco raccomandabile. Nessuno si fidava di lui. Eppure prometteva a tutti che avremmo dovuto scommettere sui suoi errori perché, diceva, chi sbaglia impara e riparte. Così, forte di questa sua massima, riuscì a ottenere un permesso dal Magistrato di Sorveglianza e non rientrò.
Dopo due anni ci riprovò: non poteva ripetere lo stesso errore, pensammo. Invece fuggì per la seconda volta. Quando lo ripresero non ebbe molte giustificazioni, ma pronunciò una frase che spiegava tutto: «Sono come Evaristo Beccalossi».
Evaristo, quello vero, avrebbe potuto vincere di più, forse diventare un calciatore ancora migliore ma, come si dice spesso, non ebbe molta fortuna. I due gol nel derby e i due rigori sbagliati sono, forse, una piccola biografia. Ma sono anche l’essenza della felicità e della sconfitta e, dunque, il disegno stesso della vita: quella che tracciamo ogni giorno tra un gol segnato e un rigore mancato.
Siamo, a dire il vero, un po’ tutti come Beccalossi, anche se facciamo finta di segnare sempre i gol nei derby, mentre dovremmo ricordare ed amare i rigori sbagliati. Soprattutto quando sono due nella stessa partita. Perché anche per sbagliare ci vuole coraggio.