Scusate, ma non ce la faccio più. Davvero.
Vorrei scendere, non sentire, non guardare, non osservare, non verificare. Vorrei passare subito alla pagina degli spettacoli, saltare le prime sette pagine che quasi tutti i quotidiani dedicano alla vicenda. Non riesco più a digerire le nuove ricostruzioni, gli psichiatri che analizzano, gli psicologi che riflettono, gli antropologi, i paleontologi, archeologi, storici, chiromanti, fancazzisti, medici e sapienti assortiti.
Tutti chini sul cadavere di una storia consumata fino all’osso. Tutti intenti a frugare nei sospiri, nei passi, nei silenzi, nei centimetri, nelle espressioni congelate in una fotografia. Come se la morte fosse diventata un enorme plastico televisivo da smontare e rimontare all’infinito.
Non posso credere che ci siano persone così interessate, così morbose, attaccate a una verità che non esiste più, che non potrà mai essere ricostruita e che ormai resta soltanto la parvenza di qualcosa di terribilmente cinematografico e spocchiosamente falso, dove tutti sono attori e protagonisti, dove tutti recitano una parte senza copione, dentro una trama insopportabile e insostenibile.
Basta. Finitela con Garlasco, con l’autopsia degli attimi, dei sospiri, dei movimenti. Smettetela. Lasciate che sia la magistratura ad occuparsene. In silenzio. Gli animali ci guardano: sciacalli, iene, avvoltoi, corvi, mantidi.
E noi, francamente, non ci facciamo una bella figura.