Non ne faccio una questione ideologica. Non mi interessa usare la storia della famiglia nel bosco come una clava polemica. Non entro nella loro vita e non mi permetto di giudicare una vicenda in cui ci sono tre minori e una complessità che nessuno di noi conosce davvero. Ma una domanda resta lì, ostinata, e qualcuno dovrebbe avere il coraggio di rispondere: a chi appartengono i figli che non hanno ancora compiuto diciotto anni? Ai genitori? Alla società? Anche allo Stato?
La domanda nasce perché, appena la vicenda è emersa, qualcuno ha parlato troppo e troppo in fretta. La presidente del Consiglio ha dichiarato che non spetta alla giustizia sostituirsi ai genitori. Che dietro l’intervento dei giudici ci sarebbe un accanimento ideologico. Parole pronunciate con la sicurezza di chi vuole chiudere la questione prima ancora di capirla.
Ma i giudici, cara Presidente, fanno una cosa molto semplice: applicano le leggi. Le leggi che scrive il Parlamento, le leggi che firma il governo. Spesso sotto forma di decreti, strumenti rapidi, utilissimi quando si vuole fare propaganda prima ancora che diritto.
E allora la domanda torna, ancora più scomoda. Se davvero i figli non sono dello Stato ma soltanto della famiglia, se davvero nessuno deve sostituirsi ai genitori, come si spiega la legge che il suo governo ha voluto e firmato? Quella che manda in carcere i genitori che non mandano i figli a scuola. Non è un’interpretazione: è scritto nero su bianco nell’articolo 12 del decreto Caivano del 2023.(DL 15 settembre 2023, n. 123, convertito in legge il 13 novembre 2023, n. 159)
Dunque funziona così: quando lo Stato impone l’obbligo scolastico e punisce chi lo viola, allora lo Stato può entrare nelle famiglie. Può giudicare, può sanzionare, può perfino incarcerare. Ma se un giudice interviene per tutelare dei minori in una situazione che ritiene problematica, allora improvvisamente lo Stato diventa un intruso ideologico.
È questa la parte che non torna. Questa geometria variabile dei principi. Questo uso della legge quando conviene e il disprezzo per la legge quando la applica qualcun altro.
Sul resto, sulla famiglia nel bosco, vale una regola semplice e severa: meno parole, più silenzio. Perché quando ci sono dei bambini, il rumore della politica è quasi sempre la cosa più inutile che esista.