La guerra ci sovrasta, ci avvolge e ci vieta di parlare d’altro. Oppure – ed è un pensiero laterale che mi colpisce silenzioso – visto che è onnipresente, sovraesposta, diciamo basta. Non ne possiamo più di queste notizie sulla guerra, tanto che rischiamo di fare il gioco di chi, davvero, vuole che questa overdose di racconti ci faccia male, ci sbatta sul suolo e ci costringa a non occuparcene. Fateci caso: tutte le prime dieci pagine dei quotidiani sono piene di immagini di questa nuova guerra, che verrà digerita fra qualche giorno. Qualcuno comincerà a dire che si è esagerato, che il prezzo della benzina è un gioco di petrolieri e che l’Iran, oltre ad essersela cercata, è molto lontano dal nostro giardino. Dove, per fortuna, non sono arrivate schegge di missili. Così, tra qualche settimana metteremo nella casella dei ricordi anche questa guerra, come quella dell’Ucraina, di Gaza, della Somalia, del Mozambico, del Sudan. La guerra ci sovrasta, ma noi non ci facciamo caso, impegnati come siamo a dirimere le zuffe di casa nostra. Se dovessimo chiedere agli italiani se la guerra tra Israele e Palestina (meglio: la guerra che Israele ha scatenato contro i palestinesi) sia finita, la maggioranza risponderebbe sì, che è tutto finito e Trump si sta occupando della ricostruzione di Gaza. Non è vero. I bambini e le donne, e anche gli uomini, a Gaza continuano a morire. Ma non sono più in prima pagina. E quindi non esistono. Adesso studiamo la cartina geografica dell’Iran, ma tra qualche giorno anche questa sarà masticata e digerita. Che, in fondo, abbiamo uno spritz che ci aspetta da qualche parte.