Siamo a Sarroch, in Sardegna. C’è una ragazzina, minorenne, che arbitra una partita di calcio tra ragazzi di diciassette anni. Tutto dovrebbe essere semplice, lineare, sportivo, perfino allegro. E invece ci sono gli adulti. Quelli che dovrebbero insegnare l’etica, l’amore, la passione.
Ci sono gli adulti stupidi, stolti, impresentabili, incredibili: riescono prima con le parole, ingiuriando una ragazza minorenne, e poi con i fatti. L’arbitra viene aggredita dal dirigente di una squadra di calcio. La ragazza finisce all’ospedale con una prognosi di quarantatré giorni, mentre l’uomo viene squalificato per cinque anni.
Ha colpito al volto con due schiaffi il direttore di gara, si legge nel referto. Già questo basta a rendercelo odioso.
Il fatto è avvenuto il 28 febbraio e in maniera molto veloce la giustizia sportiva ha emesso il suo verdetto. Non so quali saranno gli strascichi penali, ma quei cinque anni di squalifica mi sembrano un buon punto di partenza per provare a dialogare con l’ormai ex dirigente, che dovrebbe sedersi a un tavolo di mediazione, cercare di scusarsi con la vittima e riparare al danno. Come? Potrebbe, per esempio, partecipare a un corso accelerato di storia della Costituzione italiana, di storia dello sport. Potrebbe aiutare le squadre di calcio a rimettere in ordine i palloni dopo l’allenamento, raccogliere le cartacce sugli spalti quando la partita è finita.
Un gesto che restituisca dignità alla ragazza e allo sport. Non serve la galera, serve il rispetto. E lo spirito sportivo. Che in questo paese manca ormai da troppo tempo.