Cosa ci racconta la prima giornata del Festival di Sanremo? Poco, diranno in molti. Qualcosa di buono, diranno in pochi. A me sembra dica altro: la necessità, quasi fisiologica, di un tempo minimalista nella scrittura e nella musica. Un tempo piccolo, per dirla con il califfo.
Non ci sono giganti. E i nani provano a camminare tra le ombre di un palco che, negli anni, aveva saputo raccontare molto di più. È tutto ordinato, levigato, studiato fino allo sfinimento. Attento a non ferire, a non spostare l’aria. A non disturbare nessuno. Carlo Conti è un baudiano doc, impeccabile nel mestiere; Laura Pausini porta con sé un’idea di italianità che profuma di passato, di melodie sdolcinate e rassicuranti.
I cantanti non hanno raccontato nulla che non conoscessimo già. Nessun guitto, nessuna scheggia anarchica, nessuna follia capace di incrinare la superficie. Tutto scorre tranquillo. Non c’è Ghali, non c’è Antoine – quello delle pietre – non c’è Enzo Jannacci, e non c’è Lucio Dalla. Non ci sono Elio e le Storie Tese, né Domenico Modugno, né Riccardo Cocciante, né Marco Mengoni. È calma piatta, mare senza increspature.
Se poi pensiamo che Fedez e Marco Masini incarnino il politicamente scorretto, allora ci accontentiamo davvero di poco.
Cosa si salva? Poco, ma qualcosa sì. “Che fastidio” ha il merito di infilare il dito nella piaga già dal titolo: una canzone interessante, almeno nell’intenzione. Arisa, pur in una versione quasi disneyana, restituisce un brano di ottima fattura, costruito con mestiere e voce.
La cosa migliore, per me, è la canzone di Sayf, anche se l’eco di “Io non sono italiano” di Giorgio Gaber è evidente, insieme a qualche sprazzo che rimanda a Daniele Silvestri. Serena Brancale regala una ballad elegante, ma non del tutto sua, come se si fosse trattenuta. Fulminacci ha un pezzo nato per le radio, così come Dargen D’Amico e J-Ax. Ermal Meta è troppo corretto per risultare davvero partigiano. Michele Bravi resta in bilico tra impegno e disimpegno, sospeso. Non ho capito Enrico Nigiotti, né Raf, né Patty Pravo. Il resto è contorno, scenografia luminosa che non scalda.
Chi vincerà? È presto per dirlo. Io voterei Sayf, vedrei sul podio Brancale e Arisa. Ma, per fortuna, conto poco anch’io.
Dal divano di Sanremo è tutto. Alla prossima.