Te ne sei andato e ho sempre pensato che la canzone per questo momento non fosse La locomotiva, né L’avvelenata o Radici. Anche La bambina portoghese, peraltro bellissima, non sarebbe adatta. La canzone per te, per la tua vita terrena, per il tuo modo di vedere il mondo, era la più magica, la più eterea e, forse, la più bella: Il vecchio e il bambino.
In quella canzone c’è il Guccini di tutte le altre storie: c’è Dio è morto, c’è il frate, ci sono le cinque anatre, c’è Auschwitz, c’è L’isola non trovata. C’è, soprattutto, l’incontro tra chi ha le tasche piene di storie e di racconti e chi, il bambino, ha ancora la voglia di ascoltare quella magia delle favole intrecciate alle parole.
È vero: i vecchi subiscono le ingiurie degli anni e, negli ultimi tempi, avevi deciso che bastavano i libri, peraltro tutti bellissimi. Ed è anche vero che arriva un momento in cui i vecchi — lo so, perché sto entrando anch’io in quella magnifica stanza — non riescono più a distinguere il vero dai sogni. Però quei vecchi riescono ancora a emozionare e tu, Francesco, con la tua barba, la tua stazza, il bottiglione, la chitarra e la fottuta voglia di cantare, eri da sempre un vecchio che si nascondeva nelle vesti di un bambino.
Sei stato la colonna sonora della mia vita, secondo solo a De André e De Gregori. Sei stato, soprattutto, il fratello maggiore che sapeva riportare tutto alla vita e al pensiero. Sei stato la mia locomotiva che correva forte contro l’ingiustizia; sei stato Bologna e una vecchia signora; sei stato la mia visione immensa delle stoviglie color nostalgia.
Oggi, da anziano, provo a chiudere gli occhi e a immaginarmi bambino, con lo sguardo triste. Grazie a te sono riuscito a vedere cose mai viste. E mi viene naturale guardarti con voce sognante e dirti, quasi sottovoce: «Mi piacciono le tue fiabe, raccontane altre».
Ciao, Francesco. E, come ci hai insegnato con enorme maestria: «A culo tutto il resto».