L’interessante intervista di Roberto Saviano, rilasciata al quotidiano La Nuova Sardegna, porta noi sardi a fare alcune considerazioni sul tema della criminalità. Le dichiarazioni dello scrittore erano già note al pubblico, perché Saviano aveva già posto l’accento sulla fenomenologia criminale della Sardegna. Eppure una parte del popolo dei sardi – quella miscela molto variegata di persone che si definisce sarda con orgoglio e urla, con una retorica pelosa, che la Sardegna è l’isola più bella del mondo, cosa che ovviamente non sposta di un millimetro il discorso sulla criminalità – aveva decretato che Saviano si inventasse le cose: che i sardi non sono delinquenti, che i sardi non sono mafiosi, che i sardi non si uniscono in bande. Dimenticando, per esempio, tutta la stagione dei sequestri di persona e l’organizzazione criminale necessaria per portare a termine quell’odioso reato. La memoria corta, del resto, è una delle caratteristiche principali degli urlatori dei social.
Ebbene, Saviano oggi ci riporta alla realtà o, meglio, ci spiega che il nostro cullarci nella bellezza dell’isola, nel ballu tundu, nella Sartiglia e nei Candelieri stride con alcuni aspetti che dovrebbero essere messi a fuoco. Lo dice senza troppi giri di parole: in Sardegna non c’è la mafia, ma una struttura “modulare” che si aggrega per moduli territoriali. Saviano ricorda che nella camorra questo non esiste, perché all’interno di quell’organizzazione la decisione non si negozia.
Il punto, però, è un altro. In Sardegna abbiamo una criminalità organizzata che ha fatto un salto di qualità: è diventata una filiera che pianifica, effettua il colpo e investe i proventi nel traffico di droga. E lo fa rivolgendosi alla mafia albanese. Qui lo scrittore napoletano aggiunge un tassello che considero fondamentale per comprendere il fenomeno criminale nella nostra isola: «L’ostacolo storico all’insediamento mafioso è sempre stato il rifiuto della subordinazione», sostiene Saviano. «Una banda barbaricina non si mette sotto un boss campano. Ma, per comprare cocaina da un albanese, non deve mettersi sotto nessuno: deve solo pagare.»
C’è poi un altro aspetto, legato al turismo e al riciclaggio del denaro, che diventa invisibile in città come Alghero. Ed è qui che emerge l’unico punto sul quale non mi sento pienamente d’accordo. Per leggere questo fenomeno, secondo Saviano, bisogna guardare alle carceri, che non isolano le reti criminali ma le ricombinano. Il rischio è che il circuito di massima sicurezza, il 41 bis, possa produrre nuove relazioni e, secondo lo scrittore – certamente sulla base di inchieste in corso – ad Alghero si sarebbe insediata una ‘ndrina proprio grazie ai rapporti maturati in carcere.
Ovviamente non ho elementi oggettivi per smentire questa ipotesi. Tuttavia, l’esperienza maturata all’interno delle carceri mi porta a considerare altri fattori. Non guarderei ai detenuti del 41 bis, ma sposterei l’attenzione sui detenuti del circuito di Alta Sicurezza, soprattutto quelli dell’AS3, presenti negli istituti di Bancali, Oristano, Nuoro e Cagliari. Sono loro che possono fruire di alcuni benefici, sono loro che possono lavorare all’esterno, sono loro – e non i capi mafia sottoposti al 41 bis – a poter creare un radicamento nel territorio.
È vero che avere i capi delle organizzazioni criminali nelle vicinanze può rappresentare un’opportunità ulteriore per la circolazione di relazioni e informazioni. Tuttavia soffermarsi esclusivamente sul 41 bis rischia di impedire una lettura completa del fenomeno.
Dico soltanto una cosa, e la ripeto da anni. I detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza – 92 a Bancali e, oggi, altri 92 a Uta – sono affidati al GOM, il Gruppo Operativo Mobile della Polizia penitenziaria, un reparto altamente specializzato. I problemi non nascono dalla gestione di questi detenuti. I problemi sono quelli dei “colonnelli”, degli appartenenti al circuito di Alta Sicurezza. È lì che vedo il vero rischio di infiltrazioni e di radicamento nel territorio. È lì che possono nascere contatti concreti con la criminalità sarda, funzionali al riciclaggio del denaro e al traffico della cocaina.
Nell’isola più bella del mondo. Quella del ballu tundu, delle spiagge incantevoli, della Sartiglia, della birretta. E di una narrazione romantica del banditismo e del “riscatto” che, davvero, è finita da un pezzo.
Quest’isola produce bellezza. E produce anche criminalità. Nasconderlo è l’errore peggiore che un sardo possa commettere nel tentativo di difendere la propria terra.