In questi giorni si discute della candidatura sfumata di Andrea Pirlo alla guida della Nazionale. Al centro della vicenda c’è la sua collaborazione con una società russa di scommesse sportive. E così il dibattito si è concentrato sulla provenienza dello sponsor, sulle opportunità politiche, sulle relazioni internazionali, come se fosse quello il nodo da sciogliere.
A me sembra, invece, che la domanda dovrebbe essere un’altra.
Davvero il problema è che quella società sia russa? Se fosse stata inglese, americana, maltese o di qualsiasi altro Paese, la questione sarebbe stata meno grave?
Perché il punto non è la bandiera. Il punto è il gioco d’azzardo.
Negli ultimi anni le scommesse sono uscite dalle sale dedicate per entrare nelle nostre case, nei telefoni cellulari, nelle televisioni, nei social network. Sono diventate un rumore di fondo, una presenza costante, quasi normale. Ogni partita è accompagnata da quote, pronostici, bonus di benvenuto, vincite immediate. Si scommette su tutto, perfino sul numero dei calci d’angolo o sul minuto del primo cartellino giallo.
Abbiamo trasformato lo sport in un gigantesco listino di probabilità.
Eppure continuiamo a raccontarlo come il luogo dei valori, dell’educazione, della crescita dei ragazzi.
C’è una contraddizione che dovrebbe farci accendere non una lampadina, ma un grosso faro.
Da una parte si squalificano i calciatori che scommettono, dall’altra il sistema vive anche grazie ai soldi delle società di betting. Si condanna il comportamento individuale, ma si legittima il modello economico che lo alimenta.
Il gioco d’azzardo non è un passatempo innocente per tutti. Per migliaia di persone è una dipendenza. Significa famiglie che si indebitano, stipendi che spariscono in una notte, relazioni che si spezzano, vite consumate nell’illusione di recuperare la perdita precedente. Chi ha lavorato nei servizi sociali, nelle comunità terapeutiche o nelle carceri conosce bene queste storie. Hanno sempre lo stesso copione: all’inizio sembra un gioco, alla fine non gioca più nessuno. È il gioco che comincia a giocare con te.
Per questo faccio fatica a discutere soltanto della nazionalità di uno sponsor.
Il problema non è se il denaro arriva da Mosca, da Londra o da New York.
Il problema è il messaggio che stiamo trasmettendo.
Quando un campione dello sport come Pirlo (e, purtroppo, non solo lui) presta il proprio volto alle scommesse, diventa un simbolo. I ragazzi non distinguono sempre tra una pubblicità e un esempio. Spesso le due cose coincidono.
E allora la domanda riguarda tutti noi.
Che cosa vogliamo chiedere allo sport?
Se deve essere soltanto un mercato, allora non scandalizziamoci più di nulla. Ogni sponsorizzazione avrà lo stesso valore di un contratto commerciale.
Se invece continuiamo a dire che lo sport educa, forma, trasmette valori e costruisce cittadini, allora dobbiamo avere il coraggio di pretendere coerenza.
Perché la vera notizia non è che uno sponsor fosse russo.
La vera notizia è che ci siamo abituati a considerare normale che il gioco d’azzardo entri negli stadi, nelle maglie, nelle interviste, nelle vite dei nostri ragazzi.
Ed è questa, forse, la scommessa che stiamo perdendo davvero.