C’è una cosa che continuo a non capire. Forse è un limite mio, ma faccio davvero fatica a seguire la logica che sembra guidare alcune scelte del nostro Paese.
Da una parte c’è un uomo condannato in via definitiva per duplice omicidio che, intervistato, alla domanda se rifarebbe ciò che ha fatto risponde con un orgoglioso «sì». Nessun pentimento, nessuna presa di distanza dal proprio passato. Eppure c’è chi sostiene che, a settantadue anni, non sia più socialmente pericoloso e possa persino aspirare a ricoprire incarichi pubblici.
Dall’altra parte c’è un ragazzo di quattordici o quindici anni al quale diciamo che è perfettamente consapevole dei propri atti e che, proprio per questo, deve finire in carcere il prima possibile.
È una contraddizione che non riesco a spiegarmi.
La Presidente del Consiglio ha definito questa scelta dolorosa ma necessaria, aggiungendo che è giusta e che lo dice anche da genitore. Proprio perché è una scelta che riguarda il futuro del Paese, mi domando se sia davvero questa la direzione che vogliamo prendere.
Davvero crediamo che il problema dell’Italia siano gli adolescenti? Davvero pensiamo che la risposta più efficace sia anticipare il più possibile il loro ingresso nel circuito penale? Davvero siamo convinti che un quindicenne debba essere trattato come un adulto mentre un adulto che rivendica con fierezza due omicidi possa essere considerato definitivamente recuperato?
Sono domande che riguardano la coerenza prima ancora che la politica.
Negli ultimi mesi si è costruita una narrazione nella quale il pericolo sembra avere il volto dei cosiddetti “maranza”. Eppure i numeri raccontano un’altra storia. Al 15 luglio 2026, secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, negli istituti penali per minorenni erano detenuti 542 ragazzi, dei quali soltanto 18 ragazze. Meno di seicento persone in tutta Italia.
Davvero questa sarebbe un’emergenza nazionale?
I dati europei, del resto, continuano a collocare il nostro Paese fra quelli con i livelli di criminalità più bassi. Il problema, allora, sembra essere un altro.
Lo ha detto con parole durissime il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, magistrato che ogni giorno combatte la mafia e che ha guidato l’indagine culminata con la cattura di Matteo Messina Denaro. Secondo De Lucia lo Stato, in alcune realtà, non controlla più le carceri, ormai condizionate dalle organizzazioni criminali.
Un’affermazione pesante, alla quale il ministro Carlo Nordio ha replicato sostenendo che il procuratore avrebbe perso il controllo e che le sue parole offendono l’intero Corpo della Polizia penitenziaria.
Ma dov’è l’offesa?
Io ci leggo, piuttosto, la richiesta di guardare con onestà dentro alcuni istituti penitenziari, di riconoscere che esistono criticità profonde e che negarle non le farà scomparire.
Chi conosce il carcere sa che i problemi non si risolvono chiudendo ancora di più i cancelli. Negli ultimi anni la politica penitenziaria è stata quasi interamente assorbita da una cultura della carcerizzazione: più reati, più carcere, più sicurezza apparente.
Nel frattempo si sono ridotti gli ingressi di volontari, associazioni, operatori culturali, educatori, attività sportive e laboratori. Gli istituti penitenziari sono diventati luoghi sempre più isolati. Le luci che, con fatica, avevano iniziato a illuminare percorsi di cambiamento si sono progressivamente spente.
Così il carcere rischia di restare soltanto un contenitore di persone.
E forse è proprio questo il significato dell’allarme lanciato da De Lucia: quando la rieducazione arretra, quando il lavoro, la cultura e le opportunità vengono sacrificate in nome di una sicurezza soltanto formale, il vuoto viene inevitabilmente riempito da altri poteri.
Abbiamo scelto di aggiungere una serratura dopo l’altra, convinti che ogni chiave in più producesse automaticamente più sicurezza. Siamo passati dalla doppia mandata alla tripla. Oggi lo facciamo anche con i minorenni.
Non credo sia questa la strada. Uno Stato forte non è quello che costruisce più celle. È quello che sa distinguere tra chi deve essere contenuto perché continua a rivendicare il male compiuto e chi, invece, ha ancora un futuro davanti e merita che la Repubblica provi, prima di tutto, a recuperarlo. Perché rinunciare a un ragazzo di quindici anni significa rinunciare a una parte del nostro domani.