Le sentenze si rispettano. È una massima che ho sempre fatto mia, anche quando mi sono trovato davanti a decisioni che, per una serie di ragioni oggettive, mi sono sembrate ingiuste e, in alcuni casi, persino errate.
Nei miei quarant’anni di lavoro all’interno del pianeta carcere ho imparato che la pena è una “livella” molto complicata: non accontenta nessuno e, paradossalmente, finisce per accontentare tutti.
Il caso di Mario Roggero è uno di quelli che dividono profondamente l’opinione pubblica. Dico subito che, senza alcun dubbio, il gioielliere ha ucciso due persone entrate nel suo negozio per rapinarlo. Gli omicidi sono avvenuti fuori dalla gioielleria e i colpi mortali sono stati esplosi quando i tre rapinatori stavano già fuggendo. Questo è un passaggio fondamentale, perché è su questo elemento che si è costruita tutta la vicenda giudiziaria.
Chi parla di legittima difesa, o sostiene che la difesa sia sempre e comunque legittima, evidentemente non conosce la materia. Ci sono stati tre gradi di giudizio e la Corte di Cassazione ha confermato in via definitiva la condanna a quattordici anni e nove mesi di reclusione per duplice omicidio volontario e tentato omicidio del terzo rapinatore.
Costruire intorno a Roggero un’aura di eroe è, quantomeno, fuori luogo. Lo è per rispetto delle vittime, ma anche delle istituzioni e dello Stato di diritto.
Molti dicono: «Se la sono cercata». Altri aggiungono: «Roggero era esasperato». Comprendo perfettamente questo punto di vista. È umano. Ma uno Stato di diritto non può fermarsi alle emozioni. Deve fermarsi ai fatti.
E i fatti dicono che chi uccide due persone quando non stanno più rappresentando una minaccia immediata commette un duplice omicidio volontario. È una definizione dura, ma è quella che una sentenza definitiva ha accertato.
In carcere ho conosciuto centinaia di persone condannate per omicidio. Uomini che avevano ucciso un parente in un momento di rabbia, un rivale in amore, uno sconosciuto durante una lite. Ho conosciuto persone che avevano commesso omicidi per disperazione, per futili motivi, per paura, perfino per errore. Tutti condannati. E quasi tutti erano convinti che la loro storia meritasse un trattamento diverso, che le attenuanti non fossero state adeguatamente considerate, che i giudici non avessero compreso fino in fondo le loro ragioni.
Roggero è uno dei tanti detenuti che, pur essendo stato un uomo rispettabile – ma questo, sul piano del diritto, non significa nulla, perché la rispettabilità personale non cancella un reato – ha commesso due omicidi e, almeno per quanto è dato sapere, non ha mai manifestato una vera riflessione critica su ciò che ha fatto.
È questo, più della condanna, che mi colpisce.
La grazia è uno degli istituti più nobili del nostro ordinamento. Proprio per questo dovrebbe essere concessa con estrema prudenza. È un percorso lungo e complesso, che spetta esclusivamente al Presidente della Repubblica.
Prima di chiedere la grazia per Roggero, farebbero bene il ministro della Giustizia e il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini a guardare anche ai tanti detenuti che, quanto o più di lui, potrebbero aver intrapreso un autentico percorso di cambiamento e meritare un atto di clemenza.
Lo avete capito: se fossi Sergio Mattarella oggi non concederei la grazia.
Suggerirei prima a Roggero un percorso autentico di consapevolezza, di assunzione di responsabilità e di analisi critica di ciò che ha commesso. Perché il punto non è soltanto il reato, ma la capacità di guardarlo fino in fondo.
Potrebbe cominciare con un gesto semplice e difficilissimo allo stesso tempo: cercare un contatto con i familiari delle vittime, aprendo un percorso di giustizia riparativa. Per quanto è dato sapere, non lo ha mai fatto.
E forse è proprio da lì che dovrebbe iniziare qualsiasi riflessione sulla possibilità di concedere un atto di clemenza. Non prima.