C’è un modo semplice per capire che cosa rappresenta davvero l’Alta Sicurezza in Sardegna: smettere, per un momento, di parlare soltanto del 41-bis e guardare i numeri.
Perché l’Alta Sicurezza non è il 41-bis. È un circuito penitenziario distinto, organizzato in tre livelli: AS1, AS2 e AS3. La grande maggioranza dei detenuti inseriti nel circuito appartiene all’AS3, destinata soprattutto a persone accusate o condannate per reati di criminalità organizzata. Al 30 giugno 2025 erano 9.363 i detenuti complessivamente presenti nei circuiti di Alta Sicurezza: 228 in AS1, 65 in AS2 e ben 9.070 in AS3. Significa che oltre il 96 per cento dell’Alta Sicurezza italiana è costituito dall’AS3.
È questo il dato dal quale bisogna partire per capire la Sardegna.
Perché l’isola non ospita soltanto una presenza significativa di detenuti sottoposti a questi circuiti. Ospita una quota importante della loro collocazione penitenziaria nazionale.
La fotografia più recente disponibile per la Sardegna, riferita al 18 dicembre 2025, indica 420 detenuti AS3 distribuiti in quattro istituti: 56 a Cagliari-Uta, 109 a Oristano, 90 a Sassari e 165 a Tempio Pausania.
Quattrocentoventi persone.
Un numero che, preso da solo, dice poco. Diventa molto più significativo se lo si colloca dentro la struttura complessiva del sistema penitenziario sardo.
La Sardegna dispone oggi di dieci istituti penitenziari e di una capienza regolamentare complessiva di 2.583 posti. Dei 420 posti destinati all’AS3, dunque, circa il 16,3 per cento della capacità regolamentare regionale è utilizzato per questo circuito.
Ma l’AS3 non è l’unico circuito di massima sicurezza presente nell’isola.
A questi 420 posti si aggiungono quelli destinati al 41-bis: 92 a Sassari, 92 nella nuova sezione di Uta e 6 a Nuoro, per un assetto complessivo di 190 posti destinati al regime speciale.
AS3 e 41-bis insieme fanno 610 posti.
Se rapportiamo questo numero ai 2.583 posti regolamentari della Sardegna, arriviamo al 23,6 per cento.
Quasi un posto penitenziario regolamentare su quattro.
Ed è qui che il ragionamento deve cambiare.
Quei posti non possono essere definiti “sottratti ai sardi”. Non lo sono.
La domanda penitenziaria proveniente dalla Sardegna, infatti, è storicamente molto più bassa della capacità complessiva degli istituti dell’isola. Nella serie ministeriale dei detenuti residenti in Sardegna, la media del ventennio 2006-2025 è di circa 1.191 persone. Nel 2025 erano 1.339. Il dato del 2011 rappresenta un’anomalia nella serie, con 1.823 detenuti residenti in Sardegna.
Il punto, dunque, è esattamente l’opposto: la Sardegna dispone di una capacità penitenziaria superiore alla domanda proveniente dal proprio territorio.
E allora la questione diventa molto più interessante.
Che cosa si fa di questa capacità?
La risposta è nei circuiti che vengono collocati nell’isola.
L’Alta Sicurezza, per la sua stessa natura, non segue integralmente il principio ordinario della territorializzazione della pena. Lo aveva spiegato con chiarezza già nel 2014 l’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando, rispondendo alla Camera a un’interrogazione sulla situazione penitenziaria sarda: per i detenuti sottoposti al 41-bis e per quelli dell’Alta Sicurezza, aveva detto, il principio di territorialità non può trovare applicazione nello stesso modo previsto per gli altri detenuti.
Nella stessa risposta emergeva un altro elemento decisivo: alcune delle nuove strutture realizzate in Sardegna erano state destinate proprio ai circuiti di Alta Sicurezza. Oristano e Tempio Pausania, in particolare, erano stati individuati per questa funzione.
Non è una decisione nata ieri.
Già nel gennaio 2017 la Sardegna contava 478 detenuti AS3. Il dato dimostra che la presenza del circuito non è il risultato di una scelta recente né di un’emergenza temporanea. È una componente strutturale dell’organizzazione penitenziaria nazionale.
E qui ritorna la domanda dalla quale siamo partiti.
Perché la Sardegna?
Non basta rispondere che ci sono le carceri. Bisogna chiedersi perché ci sono, come sono state programmate e quale funzione è stata assegnata loro nel sistema nazionale.
La riorganizzazione dei circuiti regionali avviata dal DAP tra il 2011 e il 2013 mostra proprio questo passaggio: il livello regionale dell’amministrazione penitenziaria diventa il punto attraverso il quale le scelte nazionali vengono tradotte nella distribuzione concreta delle sezioni e dei detenuti. La Sardegna viene così inserita in una geografia penitenziaria nella quale alcuni istituti assumono funzioni specifiche.
Nel quadro definitivo del 2013, Nuoro comprendeva AS1, AS3 e 41-bis; Sassari 41-bis e altre sezioni; Oristano e Tempio erano destinati all’Alta Sicurezza.
Ci sono stati governi diversi, ministri diversi, direttori dell’amministrazione penitenziaria diversi. Ci sono stati nuovi istituti, ampliamenti, riconversioni, programmi regionali e successive riorganizzazioni.
Ma dentro questa successione rimane una costante: la Sardegna ha i posti.
E quei posti, proprio perché sono più numerosi rispetto alla domanda penitenziaria strettamente territoriale, possono essere utilizzati per accogliere una popolazione detenuta che non proviene dall’isola e che, per la natura del circuito cui appartiene, può essere trasferita lontano dal proprio territorio di origine.
Questo spiega anche un altro dato.
I detenuti AS3 presenti negli istituti sardi non rappresentano, nella loro stragrande maggioranza, la criminalità organizzata sarda. La documentazione nazionale disponibile indica infatti che la popolazione dell’Alta Sicurezza proviene soprattutto dalle grandi aree meridionali nelle quali sono storicamente radicate le principali organizzazioni criminali: Campania, Calabria, Puglia e Sicilia.
Non stiamo parlando di posti tolti ai detenuti sardi. Stiamo parlando di una parte della capacità penitenziaria regionale che viene utilizzata per una funzione nazionale.
È una differenza sostanziale.
Perché quando un territorio ospita 420 detenuti AS3 e dispone di altri 190 posti destinati al 41-bis, non sta semplicemente gestendo la propria popolazione carceraria. Sta svolgendo una funzione dentro il sistema penitenziario dell’intero Paese.
Seicento dieci posti su 2.583. Quasi uno su quattro.
Questo è il dato che dovrebbe aprire la discussione per capire che cosa significa, per la Sardegna, essere diventata una delle principali piattaforme penitenziarie nazionali per i circuiti di maggiore sicurezza.
E a questo punto la domanda successiva diventa inevitabile: che cosa significa, per un territorio, ospitare una quota così rilevante del sistema penitenziario nazionale e, soprattutto, quali effetti produce questa presenza fuori dalle mura degli istituti?
(fine della quinta puntata. Continua)
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