Se non riesci a dare la colpa alla sinistra, allora prova con il casellario giudiziario. Deve essere questa la nuova regola di Fratelli d’Italia e della destra che ci governa (il centro, si sa, è morto da tempo): quando non sai come rispondere a una protesta, invece di affrontare le ragioni di chi protesta, prova a delegittimare chi la guida.
Lo ha dichiarato nientemeno che il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, a proposito del blocco dei Tir. Secondo il ministro, i leader della protesta avrebbero dei guai giudiziari. Il ragionamento, a quanto pare, è semplice: se chi protesta ha precedenti penali, allora le sue ragioni diventano meno credibili. E se le sue ragioni diventano meno credibili, il governo può evitare di rispondere alle domande che gli vengono poste. Peccato che la politica non funzioni così, o almeno non dovrebbe funzionare così in una democrazia.
La protesta, del resto, sembrava ormai archiviata: pareva pace fatta, tutti felici e contenti. Ma la realtà, quella che non si lascia mettere a tacere con una dichiarazione, è un’altra. La Coldiretti, organizzazione peraltro molto benevola nei confronti del governo e di Lollobrigida — e dire molto è un eufemismo — ha evidenziato che la crisi energetica e produttiva rischia di essere peggiore di quella causata dal Covid. È questo il problema politico: non il casellario giudiziario di chi protesta, ma le condizioni di chi lavora, produce, trasporta merci e si trova a fare i conti con costi che mettono a rischio la sopravvivenza delle imprese.
Lollobrigida, invece, sposta il discorso sul terreno giudiziario e chiama in causa il suo collega Nordio. È una mossa che merita attenzione, perché non è soltanto una risposta fuori tema: è un modo per cambiare il tema della discussione. Si parte da una crisi economica e si finisce a parlare dei precedenti penali di chi denuncia quella crisi. Si dovrebbe discutere di carburanti, costi di produzione, trasporti e responsabilità del governo; ci si ritrova a discutere della fedina penale dei manifestanti. Il problema non è più ciò che accade nel Paese, ma chi avrebbe o non avrebbe il diritto di lamentarsene.
A parte che è davvero difficile comprendere il nesso — qualcuno, sono convinto, ce lo saprà spiegare —, consultare i carichi pendenti e i precedenti giudiziari dei cittadini è una questione delicata, regolata dalla legge e non affidata alla curiosità o alla convenienza politica. E c’è anche un rischio politico, oltre che giuridico: trasformare la storia giudiziaria di una persona in uno strumento per screditarne le idee. Perché, se questo diventa il criterio, allora vale la pena guardare anche dentro casa propria. Da Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva, ad Andrea Delmastro, condannato a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, fino ad Alberto Di Rubba, della Lega, e Massimiliano Romeo, anch’egli della Lega, condannati per peculato: sono vicende giudiziarie diverse, con gradi di giudizio e situazioni da distinguere, ma sufficienti a ricordarci che nessuna parte politica può usare il casellario giudiziario come una clava da brandire soltanto contro gli avversari.
Il punto, signor ministro, è proprio questo: una democrazia non si misura dalla fedina penale di chi protesta, ma dalla capacità di chi governa di ascoltare le ragioni della protesta e di rispondere nel merito. Una persona può avere precedenti penali e denunciare un problema reale. Una persona dalla fedina penale immacolata può sostenere una causa sbagliata. La fondatezza di una rivendicazione non dipende dalla biografia giudiziaria di chi la avanza, ma dai fatti, dalle condizioni materiali e dalle ragioni che la sostengono.
E c’è una contraddizione ancora più evidente: se, come ha dichiarato la stessa presidente del Consiglio, la protesta ha ragioni sacrosante, perché il ministro sente il bisogno di spostare l’attenzione sui trascorsi giudiziari di chi la guida? Se le ragioni sono fondate, vanno affrontate. Se sono infondate, vanno confutate. Tutto il resto è un diversivo che può forse servire a guadagnare qualche ora di polemica, ma non abbassa il prezzo del carburante, non riduce i costi di produzione e non risolve la crisi di chi lavora.
La sinistra, in tutto questo, c’entra poco o nulla. Dopo oltre quattro anni di governo, la destra non può continuare a comportarsi come se fosse ancora all’opposizione, alla ricerca di un colpevole a cui attribuire ogni difficoltà. Governare significa assumersi la responsabilità dei problemi e cercare soluzioni, non distribuire patenti di credibilità sulla base dei precedenti penali.
Perciò, signor ministro, lasciamo perdere il casellario giudiziario e torniamo alla politica. Ci dite come ne usciamo? Perché il Paese ha bisogno di risposte, non di diversivi. Oppure, da oggi, per denunciare una difficoltà, contestare una scelta del governo o chiedere un cambiamento, bisognerà prima dimostrare di avere la fedina penale pulita?