Questa è una storia d’amore. Un amore fatto di parole, di silenzi condivisi tra chi scrive e chi legge, ma soprattutto tra un narratore e il suo editore. Quando Marco Frilli pubblicò i miei primi due libri sull’Asinara, nel 2001 e nel 2002, mi chiese qualcosa di nuovo, qualcosa che andasse oltre quelle pagine già scritte. In quel momento, avevo un manoscritto che giaceva da anni nel cassetto, coperto di polvere, quasi dimenticato. Era una sorta di diario, nato dal mio sguardo sul delitto Moro, un documento che avevo scritto negli anni Ottanta, e che non mi sembrava degno di vedere la luce, figuriamoci essere pubblicato.
Poi, il 12 novembre 2003, avvenne la strage di Nassiriya, in Iraq. L’attentato terroristico che colpì la base militare italiana, uccidendo 19 italiani e 9 iracheni, mi sconvolse profondamente. Quel dolore mi spinse a scrivere, a riflettere sull’assurdità della guerra, e iniziai a mettere su carta quei pensieri disordinati, come se tentassi di dare un senso a ciò che senso non aveva.
Non saprei dire perché, ma un giorno, mentre inviavo a Marco la bozza di ciò che avevo scritto sulla strage in Iraq, decisi di allegare anche quel vecchio file intitolato “Il giorno di Moro.” Non era un atto meditato, fu un impulso, una di quelle azioni che si fanno quasi senza pensarci. Qualche giorno dopo, Marco mi chiamò. Ricordo la sua voce, inconfondibile, calda, avvolgente, così simile a quella di Fabrizio De André.
“Bellissimo,” disse con entusiasmo, “lo pubblichiamo subito.”
“Immagino che la guerra sia un tema sempre attuale,” risposi, sentendo dentro di me una certa soddisfazione.
“Quale guerra?” replicò lui, sorprendendomi. “Pubblichiamo “Il giorno di Moro.”
Così, quel diario improvvisato divenne un libro, forse per troppo amore – un amore frettoloso, potrei dire oggi. Uscì con refusi, con qualche errore di troppo, ma per noi andava bene così. Io lo amavo perché raccontava la mia adolescenza; Marco lo trovava potente, musicale, vicino alla poetica di Fabrizio De André. Era un progetto di cui ci eravamo innamorati entrambi, forse troppo.
Anni dopo, Carlo Frilli mi disse, quasi con pudore: “Perché non riprendi “Il giorno di Moro”, lo rivedi, ci lavori sopra, magari ampli qualche parte, ne tagli un’altra?” Quelle parole mi colpirono profondamente. Era come se mi avesse proposto un altro atto d’amore, un’occasione per riavvicinarmi a quel vecchio testo con occhi nuovi. Da tempo giravo intorno a quel libro, considerandolo una testimonianza importante non solo della mia vita, ma di una generazione intera. Una generazione che non ha vinto e non ha perso, ma ha solo partecipato, spesso con amara rassegnazione.
Così ho ripreso in mano “Il giorno di Moro”, rileggendo ogni pagina, ogni frase accumulata negli anni. La storia è rimasta la stessa, ma ho ridisegnato i contorni, ho riscritto la sceneggiatura. I personaggi, in questa nuova veste, hanno preso la loro vera dimensione. Claudio, il magistrato protagonista, che nei primi scritti era troppo irascibile e impulsivo, ha ora guadagnato riflessività e profondità, come nei libri successivi dove è apparso: “Il piano zero” e “Le destinazioni del cielo”. Oggi, Claudio è più vero, meno ideologico, più umano.
In questo nuovo viaggio, ci sono tanti amori che ruotano intorno alla scrittura. L’amore per Fabrizio De André, che in questa edizione respira in modo ancora più ampio, diventando una sorta di suggeritore silenzioso per i miei personaggi. L’amore per Violetta, la brigatista che aveva affascinato sia Claudio che Gianvittorio e che nel romanzo “Il piano zero” giocherà un ruolo cruciale. E poi c’è l’amore per i ricordi, che, nella prima edizione, era quasi soffocato da un pudore eccessivo nel raccontare certe cose. Oggi, con molte più lune alle spalle, mi sono reso conto che questo libro meritava una seconda vita, un nuovo titolo, per non confondersi con il passato.
E così ho deciso di rubare ancora una volta da De André. Ho scelto come sottotitolo “Verranno a chiederti del nostro amore”, perché mi sembrava la sintesi perfetta di ciò che volevo raccontare. In fondo, questo libro è un atto d’amore, per la mia storia, per i miei personaggi, e per chi come me, Marco Frilli, Claudio Marceddu, Gianvittorio Loriga, Violetta e Carlo Frilli ci innamoriamo sempre di tutto.
Anche da grandi.