Forse si era seduto all’ombra dell’ultimo sole e sperava di non essere notato. Però qualcuno si è fatto subito una domanda: cosa ci fa Salvini all’Agnata, nella casa che fu di Fabrizio De André, ad ascoltare Diodato che canta Faber?
Nessuno lo ha invitato, perché l’evento era a pagamento, e aveva il sacrosanto diritto di poter entrare mostrando il biglietto. Però. Però è come se io mi presentassi a una manifestazione a Predappio, nel ricordo del Duce (ovviamente non ci penso neppure lontanamente, ma è per far capire l’enormità della cosa), e qualcuno mi potrebbe chiedere, e giustamente: «Ma tu, antifascista nel DNA, cosa ci fai qui?».
Ecco, credo che a Salvini avrebbero potuto dire, nella dialettica che contraddistingue da sempre quelli «de sinistra»: “ma a te cosa ti piace, esattamente, delle canzoni di Fabrizio De André?”
Poteva nascere un bel dibattito, che provo a riassumere in qualche domanda che avrei posto al vicepresidente del Consiglio: «Lei verserebbe il vino e spezzerebbe il pane ai migranti che arrivano in Italia?».
Poi: «Lei conosce il senso della violenza? Quello da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni?».
E ancora: «Ma lei, che va in carcere a visitare una sola persona, sa che è un delitto il non rubare quando si ha fame?».
E per ultimo: «E lei sa che alcuni poliziotti che lei difende a prescindere, a volte cercano l’anima a forza di botte?».
Ecco, questo gli avrei chiesto e, probabilmente, Salvini non avrebbe avuto risposte chiare e certe. Perché non è solo ascoltando le canzoni o mostrando rosari che si amministra un Paese. Si trova facile consenso, ma le parole e i gesti hanno pesi diversi e, per quanto mi riguarda, Salvini con De André “nun ci azzecca niente”.
Come io con le marce di Predappio.