Ormai si ragiona per stereotipi e si decide da che parte stanno gli altri. Diventano amici o nemici a seconda di chi lo stabilisce. Non siamo più arbitri, siamo tifosi.
De Gregori commette un fallo da espulsione. Anche De Luca. Travaglio sbaglia con la Minetti? Crocifiggiamolo. Littizzetto vende troppi libri, ma non è una scrittrice. Ma davvero? Stiamo scherzando? Le sue letterine sono tra le cose migliori che passano in televisione. Bocchino è un fascista. No, invece ha ragione quando dice che Paola Cortellesi avrebbe dovuto citare la Meloni. Poverina.
E si va avanti così.
Gli altri devono rappresentare esattamente ciò che noi abbiamo deciso che rappresentino. Devono muoversi sul palcoscenico seguendo il copione che abbiamo scritto per loro, come se fossimo noi gli autori. Invece — e per fortuna — le persone si muovono, cambiano idea, contraddicono le aspettative e pensano con la propria testa.
Non ho mai amato chi difende a spada tratta la propria osteria. Non mi piace chi non vede gli errori che si commettono nel proprio campo e trova sempre una giustificazione per quelli dei suoi. Ho sempre amato la diversità delle opinioni, persino quando mette in discussione le convinzioni nelle quali ci riconosciamo. Ho sempre guardato agli uomini prima che alle bandiere e ho imparato che gli uomini sanno pronunciare parole che, a volte, non ci aspettiamo.
Diamo a tutti il diritto di pensarla in modo diverso dal nostro. E concediamo a noi stessi il piacere di ascoltare il rumore di tutte le campane.
Gli assoli sono bellissimi. Ma la sinfonia di un’orchestra, anche dissonante, anche stonata, resta la musica più vicina alla libertà.
Amo tutti gli uomini che aspettano sognando il suono delle campane.