Ci sono storie che esplodono prima ancora di essere comprese. Questa è una di quelle. Un poliziotto accusato di omicidio. Un ragazzo problematico, disarmato. In mezzo, una morte che pesa come piombo e una verità che ancora non ha trovato il suo nome. Parliamo del caso “Rogoredo”
Di quell’agente si racconta che fosse pericoloso. Che lo chiamassero Thor, non per la mitologia nordica ma per un martello che – si dice – usasse contro chi non pagava il pizzo. Si dice. Si mormora. Si stratifica una fama. Ma la giustizia non può vivere di soprannomi né di leggende metropolitane. Sarebbe vile accanirsi contro un imputato prima che un’indagine abbia fatto il suo corso. Ed è altrettanto vile assolverlo per appartenenza, per riflesso corporativo, per paura di incrinare un’istituzione.
Il punto non è l’uomo soltanto. È il clima che rende possibile un certo tipo di uomo. Se esistono poliziotti convinti di poter mostrare i muscoli senza pagarne il prezzo, significa che intorno c’è un terreno che li legittima, che li incoraggia, che li applaude. Nessuno nasce pensando di essere intoccabile. Ci si diventa quando il contesto premia l’arroganza e scambia la forza per autorità.
Nelle scuole di polizia si insegna la legalità con rigore, con fatica. Chi ha frequentato quegli ambienti sa quanto sia complesso formare donne e uomini chiamati a esercitare il monopolio legittimo della forza. Sa che esistono zone grigie e che la prima responsabilità è non alimentarle. Ma quando il discorso pubblico si nutre di retorica muscolare, quando l’ordine viene confuso con la sopraffazione, quando certa politica costruisce consenso sull’idea che i diritti siano un lusso per tempi migliori, allora quella zona grigia si allarga. E qualcuno finisce per credere che la giustizia sia una questione di ego, di virilità, di dominio.
In poche ore la narrazione si capovolge. Prima eroe contro “negro cattivo”. Poi poliziotto criminale contro povero pusher. Due slogan, due curve da stadio. In mezzo, una vita spezzata e un altro uomo consegnato al tribunale mediatico.
La verità è più scomoda. Esistono mele marce nelle forze dell’ordine, poche ma reali, che tradiscono il codice e l’etica. Esiste una polizia sana, la maggioranza, che ogni giorno lavora in silenzio e che va difesa proprio attraverso la trasparenza e la responsabilità. Difendere un’istituzione non significa coprirne le ombre. Significa pretendere che quelle ombre vengano illuminate.
Non si sta con la divisa o contro la divisa. Non si sta con la rabbia o con la paura. Si sta con i fatti. E i fatti richiedono tempo, indagini accurate, rispetto delle garanzie. La vita di un uomo non può essere misurata dal volume delle urla. Allo stesso modo, la condanna preventiva di un agente, trasformato in mostro prima di un processo, non è giustizia: è vendetta simbolica.
Occorre abbassare la voce per tornare a sentire. Perché quando il frastuono copre tutto, la verità smette di respirare. E senza verità non c’è né sicurezza né libertà, ma solo una folla che applaude o fischia, incapace di distinguere tra giustizia e tifoseria. Tutti auspicano che la giustizia faccia il suo corso ma nessuno, di quelli che lo dicono è mai disposto ad aspettare ma è solo bravo a sputare sentenze. Le sue.