Le nostre canzonette. Quelle sciocche, dal ritornello leggero, eppure capaci di infilarsi sotto pelle e restarci. Da “Ma che freddo fa” a “Con il culo ciao ciao”, su quel palco è passata l’Italia. Ci siamo passati tutti, anche quelli che giurano di non guardare Sanremo.
È un po’ come “Porta a Porta” di Bruno Vespa: anche se non lo segui – e io non lo seguo da trent’anni – ciò che accade in quel salotto finisce per lambire tutti, dal plastico di Cogne alle interviste molto deferenti ai politici di turno. Sanremo è lo specchio di un Paese confuso e solitario, immaginifico e sciocco, triste e sovrappeso, ottuso e minuscolo, ameno e allegro, silenzioso, caciarone e tronfio.
Insomma, Sanremo è l’Italia. Anzi: è una costellazione di Italie che si cercano e si respingono. È la canzonetta un po’ sciocca – ve la ricordate? “Tu fai schifo sempre”, per esempio – ma è anche “4 marzo 1943” di Lucio Dalla. È Pupo ed è Sergio Endrigo, Ornella Vanoni e i Pinguini. È Renga e Ramazzotti, Pausini e Achille Lauro. Dentro l’Ariston convivono molte Italie. C’è il mondo del sì e quello del no. E poi c’è il territorio incerto del “forse”.
Quest’anno si ricorderà Pippo Baudo, che di Sanremo ne ha fatti tanti e molto ha inventato per questo Festival. Non ho amato tutti i suoi Festival, eppure anche con lui le Italie hanno osservato, cantato, urlato e stonato verso il cielo, come in una veglia laica.
Adesso siamo sul divano, in attesa che si apra il sipario. E quasi sorridiamo, dicendo sottovoce: “ce ne fossero di Pippo Baudo”. Ma so che qualcuno aggiungerà: “ce lo meritiamo Carlo Conti”
Buon Sanremo a tutti.