Il problema della politica attuale è la compulsione a dire qualcosa sempre, a formulare giudizi affrettati su tutto, anche quando il giorno successivo gli scenari cambiano. Ma non importa: nell’acquario dei pesciolini rossi la memoria è cortissima e le dichiarazioni di ieri evaporano senza lasciare traccia.
Un interprete esemplare del dire tutto e il contrario di tutto è Matteo Salvini. Aveva appena dichiarato che l’operazione di polizia a Rogoredo era ottima, ponderata, perfettamente allineata alla sicurezza degli italiani; che la morte di Abdrerrahim Mansouri rientrava nella legittima difesa; che il giovane impugnava una pistola e minacciava l’agente, il quale — poverino — non poteva sapere fosse un giocattolo. La questione, assicurava, era chiara. Poi, nel giro di pochi giorni, ha capovolto ogni parola in un’inversione a U degna di manuale, proclamando urbi et orbi che se un poliziotto sbaglia deve pagare il doppio, guadagnandosi senza fatica il premio Ponzio Pilato.
Garantista il lunedì, giustizialista il martedì. Dimenticando che prima di emettere sentenze mediatiche sarebbe prudente conoscere i fatti. Quel poliziotto non era un eroe nazionale il giorno prima e non è diventato un assassino il giorno dopo. La realtà è più aspra, meno maneggevole. Occorre lasciare spazio alla giustizia, agli investigatori, ai giudici che, al di là dei sì e dei no gridati nei talk show, dovranno ricostruire cosa sia accaduto in quel buco nero chiamato Rogoredo: se l’alt sia stato intimato, se il ragazzo impugnasse davvero un’arma, se corrisponda al vero che la pistola giocattolo non presentasse impronte né DNA della vittima, mentre sarebbero state individuate tracce biologiche dell’agente.
C’è un’antica pedagogia, oggi dimenticata, secondo cui prima si conoscono i fatti e poi si emettono giudizi. Da bambini ci insegnavano che certi discorsi spettavano ai grandi. Noi, con il pallone sotto braccio, accettavamo la regola e andavamo a giocare. Anche nel gioco, però, c’erano norme condivise: senza regole non c’è partita, c’è solo confusione.
Forse la politica dovrebbe riscoprire quell’umile lezione che imparai a scuola: parlare meno, sapere di più. E ricordarsi che la coerenza non è una rigidità morale, ma una forma elementare di rispetto per l’intelligenza altrui.