Ho sempre amato le competizioni sportive per la loro imprevedibilità. Nel calcio, per esempio, non basta essere più forti per vincere: intervengono fattori esterni e interni, una giornata storta, un infortunio, un errore dell’arbitro, un pallone che colpisce il palo e poi decide, all’ultimo istante, di entrare in porta. Il pronostico può saltare, la partita può ribaltarsi, il risultato può sorprendere tutti.
Ma ci sono regole che devono rimanere riconoscibili, perché altrimenti si snatura il gioco. Si possono discutere le sostituzioni, che nel calcio sono passate da tre a cinque, si può introdurre il Var, si possono modificare alcuni aspetti del regolamento. Ma non si può riscrivere tutto ogni volta che il risultato non piace a qualcuno.
E allora mi domando: perché in Italia, quando si parla di elezioni, dobbiamo tornare così spesso a cambiare le regole del gioco? Perché una legge elettorale sembra avere una scadenza politica, quasi fosse un vestito da sostituire quando non sta più bene a chi governa o quando chi è al governo teme che il prossimo risultato possa essere meno favorevole?
La legge elettorale non è un dettaglio tecnico. È il meccanismo che trasforma i voti dei cittadini in seggi parlamentari, decide gli equilibri della rappresentanza e condiziona il rapporto tra maggioranza e opposizione. Per questo sarebbe ragionevole provare a scrivere regole largamente condivise, capaci di resistere al cambio delle maggioranze. Non occorre che tutti siano d’accordo su chi debba vincere: occorre che tutti possano riconoscersi nella correttezza della competizione.
E Giorgia Meloni? Nel 2017, quando era all’opposizione, contestava una legge elettorale nata dagli accordi tra i partiti, denunciava le intese concluse senza un vero confronto e chiedeva che le regole fossero scritte nell’interesse dei cittadini, non di chi aveva i numeri per imporle. Oggi è lei a guidare la maggioranza che propone una nuova legge elettorale senza aver raggiunto un accordo con le opposizioni. Certo, le maggioranze hanno il diritto di governare e di presentare le proprie riforme. Ma proprio chi ieri denunciava le regole costruite a vantaggio di chi le scriveva dovrebbe sapere quanto sia importante evitare che il regolamento della partita diventi uno strumento nelle mani di una sola squadra. Perché il problema non è soltanto chi vince oggi. È sapere se domani, quando cambieranno i rapporti di forza, tutti potranno continuare a giocare con le stesse regole.
E qui torniamo al calcio. Se l’allenatore di una squadra potesse cambiare il regolamento mentre la partita è in corso, per assicurarsi un vantaggio, continueremmo a chiamarla competizione?
La democrazia non pretende che vincano sempre gli stessi. Pretende che chi vince accetti le regole e che chi perde possa tornare a giocare senza sospettare che il campo sia stato inclinato.
Perché le regole migliori sono quelle che non devi cambiare ogni volta che cambia il risultato.
Come si cambia, per non morire. Ma soprattutto: come si cambia con disinvoltura perché tanto nessuno si ricorda quello che era stato affermato qualche anno addietro. E’ la politica, bellezza.