Ha vinto Dio, patria e famiglia, anche se oscurato da una nuova guerra decisa dall’uomo della pace. Un corto circuito mediatico dove, da una parte, c’era la sicurezza morbida e ovattata di un Sal Da Vinci innamorato e voglioso di dire per sempre sì davanti a Dio (il “per sempre” andrebbe giudicato, ovviamente, nel tempo) e, dall’altra, la morte e la distruzione attuate da un invasore che è diventato invasivo e probabilmente molto pericoloso.
Sanremo non ha l’apertura delle prime pagine dei giornali e neppure dei social. Sal Da Vinci oscurato da Khamenei, il secondo posto di Sayf, ampiamente meritato, nascosto dal faccione di Crosetto che si trovava a Dubai, ignaro che un suo alleato avrebbe scatenato di lì a poco il finimondo.
Insomma, tutti a guardare il dito nella piaga, e invece la luna era altra cosa: non era Arisa (quarta) e neppure la coppia Fedez-Masini (quinti), ma neppure – e direi incredibilmente – Serena Brancale, l’unica che poteva sovrastare il matrimonio attraverso una canzone dedicata alla mamma. Visto l’ottavo posto di Ermal Meta, c’è da dire che il problema “guerra” interessa poco, se non per qualche lacrimuccia pensando ai bambini in guerra, ma poi subito a legarci per la vita, a essere io e te davanti a Dio, “accussì, sarrà pe sempe sì”.
Ha vinto Napoli, rivincita contro la mancata vittoria di Giolier. Così Sal Da Vinci, che fino a ieri pareva un Julio Iglesias che non ce l’aveva fatta, è diventato l’unto della canzone e qualcuno, addirittura, parla di grande sconfitta per la sinistra (ma perché?) che ha votato il radical chic Sayf.
Tutto normale, quindi. È il tempo di Dio, patria e famiglia e il prossimo anno si dovrebbe cambiare musica. Guarda caso, il festival lo gestirà un giovane napoletano. Speriamo non sia un pacco. Appuntamento al 2027.