Quante volte l’abbiamo detto, scritto, gridato che le parole hanno un peso specifico e possono ferire, scavare solchi difficili da colmare anche dopo molti anni? Quante volte abbiamo stigmatizzato l’uso di certi vocabili pronunciati da uomini di potere, sapendo che proprio perché tutti ne riportano i virgolettati occorre una vigilanza ancora più severa? Lo abbiamo fatto con i nostri politici, con gli attori, con i cantanti. Anche con alcuni amici, con i compagni di scuola.
Le parole. Il peso delle parole. La loro forza, la loro terribile potenza. Le parole dei poeti che ci portano sotto altri cieli; quelle delle madri e dei bambini di Gaza, sempre più dimenticati. Le parole degli ultimi, dei ragazzi di Rogoredo, dei carcerati, dei disperati. Le parole delle favole, delle canzoni, dei santi, dei marinai, dei giocatori, di chi usa il verbo per costruire la storia.
“Il dado è tratto”, “noi suoneremo le nostre campane”, “tu uccidi un uomo morto”, “l’elmo di Scipio”. Parole che rotolano dentro la nostra storia e nei nostri ricordi.
Sentire dire “stiamo massacrando l’Iran, andremo avanti a lungo” è una ferita per ogni coscienza. Quelle parole le ha pronunciate il presidente degli Stati Uniti d’America, il comandante in capo. Non sono parole da premio Nobel per la Pace: sono parole che dividono, che feriscono, che fanno male.
“Stiamo massacrando l’Iran” significa dichiarare indifferenza verso un popolo, verso la gente, verso la loro sofferenza. Significa dire: ce ne freghiamo, perché siamo i più forti, i più duri.
Di fronte a chi pronuncia queste parole e poi le trasforma in fatti, non so che dire. Rimango, davvero, senza parole.