Anche il giorno degli esami, preceduto ovviamente dalla notte prima, diventa terreno di discussione e i toto-temi si sciolgono come neve al sole. Chi puntava su Deledda e si è trovato davanti Pavese (autore di una poesia da me amatissima e sublime), chi scommetteva sull’intelligenza artificiale e invece si è visto proporre l’“alzarsi all’alba”, tema bucolico e poco adatto all’artificio.
Però, a dire il vero, ce la cantiamo e ce la suoniamo noi, quasi vegliardi, e tutto questo ci serve soprattutto per ricordare il nostro giorno degli esami. Insomma, nel tentativo di parlare dei giovani finiamo per contemplare il nostro ombelico e ci cimentiamo in analisi profondissime, e talvolta terribili, sulle diverse tracce. A me non appassiona più.
Non possiamo continuare a parlare della rana e della fava, per dirla con Jannacci, quando tutto è cambiato e i nostri ragazzi affrontano quell’esame — che non sarà certo l’ultimo — con la stessa sfrontatezza con cui lo affrontammo noi. Il problema, invece, mi sembrano i genitori dei maturandi: eterni Peter Pan che si affannano a discutere quanto siano difficili o straordinari i temi proposti.
Capisco che il livello medio sia terribilmente calato, ma davvero: lasciateli liberi di sognare. Magari davanti a Piazza di Spagna, in attesa di un amore ballerina. Chissà.
Buon esame a tutti.