Si può chiamare tranquillamente accanimento terapeutico quello adottato nei confronti dell’anarchico Alfredo Cospito, recluso al 41-bis nel carcere di Sassari. Un accanimento che non tiene conto di quanto recita l’articolo 27 della Costituzione, laddove ricorda che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità.
La scelta di non consegnare libri e CD musicali al detenuto, da parte della Direzione e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, rasenta la disumanità e nulla aggiunge alla severità della pena. Il magistrato di sorveglianza, peraltro, aveva autorizzato la consegna di libri e musica, ma il DAP ha subito presentato ricorso in Cassazione e, in attesa del pronunciamento della Corte – che auspico favorevole a Cospito – il detenuto non potrà leggere né ascoltare musica.
È una decisione incomprensibile. Per chi, come me, ha trascorso quarant’anni tra le sbarre e gli uomini reclusi, questo comportamento è assolutamente indegno e contraddice il principio della Costituzione che richiama anche la rieducazione del condannato. In carcere, leggere significa respirare ossigeno nuovo ogni giorno: le pagine offrono libertà, speranza. Così come la musica, che trasporta il detenuto in una dimensione altra, più quieta.
Negare la lettura significa adottare lo stesso metro che si contesta, scivolare nella logica della vendetta. Uno Stato che si vendica è uno Stato che perde forza sociale, smarrisce autorevolezza, parte sconfitto e non può sedersi a nessun tavolo per distribuire opportunità.
Cospito è un detenuto che deve espiare la sua pena. Leggere e ascoltare musica fanno parte di un processo, anche minimo, di rieducazione, di un dialogo forse fragile, forse imperfetto. Ma è un inizio. Negare la lettura e l’armonia della musica è una sconfitta grave. Ripensateci.