Con il marchio “galeghiotto” miele, frutta, latte e formaggio biologici verranno venduti attraverso una catena di negozi specializzati. Un progetto che consente a chi ha sbagliato di imparare un mestiere o di acquisire una maggiore professionalità.
S ecoli fa chi subiva una condanna penale veniva imbarcato come personale di fatica sui galeoni sulle rotte verso il nuovo mondo. Da qui il nome di galeotto.
Oggi “galeghiotto” è ben altro. Il simbolo che chi ha sbagliato può fare tanto anche quando gli è stata negata momentaneamente la libertà. Lavorare, imparare un mestiere, migliorare la propria professionalità. Produrre frutta, verdura, carne, olio, formaggio, latte lavorando in una colonia penale sarda, a Is Arenas, Isili o Mamone. Che verranno poi venduti proprio con il marchio “galeghiotto”.
LA FIERA Ieri alla Fiera di Milano la presentazione ufficiale del simbolo e dei prodotti nati grazie al lavoro dei detenuti sardi. Di alta qualità, biologici: verranno proposti ai negozi di nicchia, difficilmente nei supermercati.
Sul successo nel mercato nessuno ha dubbi, men che meno Giampaolo Cassitta, responsabile del progetto denominato Colonia (acronimo per Convertire, organizzare lavoro ottimale negli istituti aperti), capace di coinvolgere 150 detenuti, di produrre nel 2010 22 quintali di miele (più 300 per cento rispetto al 2009), 124 mila chili di verdure (più 150 per cento), 283 mila litri di latte, 402 quintali di formaggio e 6.100 quintali di ricotta (più 20 per cento rispetto all’anno precedente), 28.800 chili di carne macellata (più 40 per cento), 9.200 quintali di legna da ardere e duemila litri di olio di olia (più 10 per cento). Risultati ottimi soprattutto grazie ai corsi e alla guida tecnica di un esperto del calibro di Mauro Pusceddu.
I GUADAGNI C’è già un primo risultato economico: le produzioni, per adesso sistemate solamente negli scaffali degli spacci aziendali delle colonie penali per dipendenti statali, hanno permesso di incassare per il 2010 mezzo milione di euro.
«È un aspetto importante – spiega Giampaolo Cassitta – perché gratifica il lavoro di chi è stato coinvolto negli allevamenti, nel taglio della legna, nella produzione di olio e miele o di frutta e verdura. E questo è fondamentale nell’opera di rieducazione di un detenuto. In tanti possono mettere a frutto questo particolare periodo della loro esistenza, per poi avere maggiori possibilità di reinserimento lavorativo una volta scontata la pena».
LA SPERANZA Certo, anche is Arenas, Isili e Mamone non mancano i problemi comuni agli istituii di reclusione come il sovraffollamento o lo scarso comfort delle sistemazioni nelle celle. «Ma il fatto che in tanti abbiano l’opportunità di lavorare, almeno a turno, rende meno problematica la detenzione. In attesa di una nuova vita. Con tutte le premesse perché sia migliore di quella precedente. Grazie al lavoro che è soprattutto rieducazione», conclude Cassitta.
Unione Sarda 26/3/2011