Nelle tasche dei vecchi rimangono solo i ricordi. E polvere antica che suscita solo sterile commozione. Non rimangono le parole. Perché non si riescono a coniare. Occhi lucidi che non parlano, minuti e stanchi. Nel mondo dei vecchi l’orizzonte è stare seduti su una panchina e attendere le voci dei nipoti, un cane che arriva all’improvviso, un figlio che telefona.
Non ho mai capito se sia davvero bello diventare vecchi. Ritengo sia un’opportunità. Che a qualcuno è negata. Questo lo sgomento, il non riuscire a capire perché ognuno di noi ha una sveglia diversa sul collo, ha una strada che può concludersi in un certo momento. Non ho mai capito, davvero, perché ci sono persone che sono costrette a scendere ad una fermata intermedia, nonostante quel treno abbia molta strada da fare. Nessuno ha mai chiesto loro se sono d’accordo.
E’ solo una questione di cellule.
Una sporca questione di cellule. Le cellule si ribellano a questa vita piatta, ad una pianura sterile che non regala nessuna emozione. Cellule rivoluzionarie, che non rispondono più agli ordini. Legioni di cellule che ti tradiscono: prima accettano le regole dei suoi tessuti e poi, senza nessun valido motivo, remano contro spezzando l’ordine fisico delle cose, associandosi a quelle che regolano gli umori, le passioni e gli amori, cercando una breccia per annientare tutto. E ci sono riuscite.
Ancora una volta.
Per sempre.
I miei occhi si riempiono di foto sbiadite. Sempre più lontane. E cominciano ad avere il sapore della lievità. Diventiamo anziani e cominciamo a sentirci più larghi dentro una piazza sempre meno piena.
E meno scalpitante.
Oggi dentro quella piazza, dentro una vita che rodeva, dentro la forza che tentava, dentro tutto questa grande ed immensa pianura di volti, Giovanna non c’è più. Questione di cellule che impazziscono e noi costretti a inseguire questo rumore che non è nostro. Che non può essere nostro.
Giovanna non c’è più.
La musica adesso ha un andamento lento, con qualche pausa. Non si riconoscono bene certi strumenti e sono i violini a vincere su tutti. Hanno uno stridulo decisamente più alto e pizzicano sui fili dell’incoscienza. Trasportano note che, chiudendo gli occhi, diventano paesaggi lievi e lunghissimi. Ma sono le trombe, in lontananza, ad aumentare il ritmo, a sovrapporsi, prima lentamente, poi sempre più forte, ad un ritmo quasi insostenibile e allora giungono le viole, i clavicembali e il piano e l’oboe e il triangolo e tutto si muove e il maestro si contorce e i violini corrono saltano ostacoli la musica cammina, si gonfia, la stanza che gioca le mani e gli occhi e il corpo che lievita e sale sale e poi scende con le dita che battono fortemente sulla tastiera, quasi urlano e sembrano voci ed è musica e sembrano grida d’aiuto ed è violino che naviga sotto traccia.
“Purtroppo, il tumore al pancreas in fase precoce non da segni particolari. Come in questo caso”.
Le mani si muovono a cercare una tastiera che non c’è, colori che spariscono, parole che risuonano come un riverbero lontano. Tumore. Come in questo caso.
Cancro.
Si fermano le mani e le vene e i globuli, quelli buoni, almeno. Quelli impazziti ormai infestano tutto, camminano e si muovono a loro piacimento in un corpo che è una nave deragliata.
Cancro.
Questa notizia ha aperto una falla incontenibile nel cervello. Siamo stati abituati tamponare le falle. Ma non conosciamo la soluzione per chiuderle definitivamente.
Giovanna è un ricordo pregnante. Da quando mi disse che nel mio libro “il rumore del silenzio” avevo usato troppe volte la parola “dentro” (ed era vero) a quando le venne in mente di aprire una scuola, vera, di cuochi all’interno del Carcere di Alghero (dentro il carcere le avrei voluto dire, ma non lo feci per la paura di essere redarguito) a quando riuscì a far diplomare i primi detenuti, a quella voce forte, mai banale, a quel suo essere presa dalla vita, a quella sua bellissima passione per la scuola e per l’insegnamento.
Ciao Giovanna. E’ difficile sopravvivere ai ricordi e ai volti. E’ difficile. Ma lo faremo. Con una pazzia creativa che possa continuare quel tuo piccolo solco creato “dentro” il carcere di Alghero. Questione di cellule. E non è detto che possano vincere per sempre loro.