A volte c’è molta crudeltà nelle parole. Perché non si trovano mai quelle giuste, nei momenti in cui vorresti poter dire qualcosa, poter strappare il silenzio intenso e vuoto, potere, per un attimo, urlare senza sentire il suono. Avere davanti una lavagna e non avere il gesso per poter scrivere, essere davanti ad un mare fo A volte c’è molta crudeltà nelle parole. Perché non si trovano mai quelle giuste, nei momenti in cui vorresti poter dire qualcosa, poter strappare il silenzio intenso e vuoto, potere, per un attimo, urlare senza sentire il suono. Avere davanti una lavagna ma non avere il gesso per poter scrivere, essere davanti ad un mare forte, possente e tuo ma non avere voglia di toccarlo, sentirlo immensamente lontano.
A volte c’è molta crudeltà nelle parole. Perché bisogna, in qualche maniera sostituirle ai gesti, quando tutto è piatto, quando tutto è ormai incredibilmente accaduto, quando tutto è lontano, inavvicinabile, quando il suono ha trasportato la vita, quando tutto diventa un ricordo. E’ vero, c’è crudeltà nel costruire i pensieri ma non possiamo averne paura.
Ciro è morto. E’ crudele. Ma è così.
Molti miei amici o navigatori di internet chiaramente non lo conoscono. Ciro aveva qualche anno più di me e facevamo lo stesso mestiere.
Le stesse strade contorte. L’uomo di Viterbo che non voleva andare a Roma, l’uomo che sapeva organizzare benissimo tutto non è riuscito a organizzare quella strana alchimia che diventa troppo velocemente malattia, che divora, che sovrasta la forza e che squarcia la pelle: cancro.
C’è molta crudeltà nelle parole. Me ne rendo terribilmente conto.
Eppure ho promesso, mi son detto, lo devo fare. Ho bisogno di urlare, di elaborare questo dolore lontanissimo, antico, integro, questo dolore che è tempesta che ci assale. La crudeltà delle parole in un momento dove tutto è immagine, colore, movimento, è davvero incredibile.
E’ arrivata una mail stamattina, in ufficio. Ciro non c’è più. Ci ha lasciato. Stanotte. Alle tre.
Come se fosse bello scriverlo. Come se fosse bello leggerlo. Come se fosse normale far girare quella mail con oggetto: Addio Ciro. Come se fosse qualcosa di definitivo, come se quel cancro fosse eterno, come se le cellule non riapparissero, come se tutto si fosse spento.
Ma dentro la crudeltà delle parole, la pesantezza dei pensieri, l’indescrivibile essere dentro e sentire questa storia, dentro questa strada inondata da occhi che nascondono l’orizzonte, dentro questi percorsi che abbiamo abbracciato, ecco, dentro la crudeltà delle parole, nell’urlo che non esce, nelle lacrime che non camminano, nel singhiozzo che non sfugge, nelle immagini che lentamente appaiono, all’interno di questo infinito nulla Ciro appare.
Non sono momenti per dipingere l’anima, ma sono scampoli di serenità che ricerchiamo, per Ciro, per gli altri che lottano contro tutte le pause definitive, per quelli che non lo conoscevano e per quelli che se lo ritrovano davanti. Da qualche parte c’è qualcosa da organizzare e sono sicuro che Ciro riuscirà a farlo. Un universo con piccoli luccichii senza la possibilità di piangere. Un luogo dove Ciro può ascoltare il rumore dolce delle parole, che sono i nostri pensieri forti e non la crudeltà di questo assurdo addio.
Ciao Ciro, per il tempo che è passato e per quello che passerà, per il vuoto da riempire, per il cancro da debellare dalle viscere di qualche altro Ciro che gioca questa maledetta battaglia. Per la vita e per la tua storia che ti sopravvive. Ascolta e scruta i nostri volti. Adesso potrai, se vuoi,organizzare una bellissima mailing-list con un oggetto unico: “DAP1 – ricordatemi”. E noi, con garbo e con rispetto, lo faremo.
Giampaolo Cassitta,
dedicato a Ciro Boldrini.
8 marzo 2011.