PALMADULA. Si sono svolti ieri mattina a Palmadula i funerali di don Giorgio Curreli. Aveva 71 anni, originario di Gonnesa, era stato ordinato sacerdote il 31 luglio 1966 in Vaticano da Papa Paolo VI. Il religioso – diventato «famoso» dopo avere celebrato in carcere, nel 1983, il matrimonio tra il boss della Nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo e Immacolata Icone – è morto mercoledì in ospedale dopo che la malattia l’aveva fortemente debilitato al punto da allontanarlo dalla parrocchia di Santa Maria Assunta, nella borgata della Nurra di Sassari, tra Porto Torres e Stintino. Per venticinque anni l’Asinara è stata la sua casa. E gli agenti della polizia penitenziaria, carabinieri e polizia, brigatisti e mafiosi, big della criminalità organizzata i suoi parrocchiani. Don Giorgio era arrivato «in missione all’inferno» nella primavera del 1974 e lì aveva cominciato a vivere a fianco degli ultimi, dei dimenticati, dei condannati, degli isolati e dei sofferenti, ma anche di tanta gente che – pur nelle condizioni di precarietà – si è sempre sforzata di avere una vita normale. E siccome lui aveva un alto senso della comunità, del rispetto dei diritti di tutti, riassumeva in una battuta il suo incarico pastorale: «Sono all’inferno? Allora vuol dire che lavoro con fiducia per aiutare chi ci crede ad arrivare in paradiso». Ieri mattina nel sagrato della chiesa di Santa Maria Assunta, nella borgata di Palmadula, c’era tanta gente per l’ultimo saluto a don Giorgio. Davanti all’arcivescovo di Sassari Paolo Atzei e ai sacerdoti della diocesi, una folla di amici e di conoscenti. Nella piazza una bella fetta di Asinara, di quell’isola che – come afferma Giampaolo Cassitta nell’ultimo libro nato dai racconti dell’ispettore Lorenzo Spanu – ha visto passare uomini «che non sono eroi, ma hanno comunque scritto una piccola pagina di storia». In mezzo alla folla anche ex detenuti con le lacrime agli occhi. E poi bambini diventati grandi, quelli che lui, «prete di frontiera», riuniva per inventare giochi e feste. Il matrimonio di Cutolo. Lo celebrò nel 1983 nella chiesa di Cala d’Oliva. Una unione autorizzata dal ministero della Giustizia e dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria dopo una lunga fase di preparazione. Schema rigido, nessuna concessione. Immacolata Iacone aveva chiesto poche cose: la musica dell’Ave Maria, una passeggiata sulla spiaggia dell’Asinara, una torta e qualche foto. Non venne concessa la passeggiata e neppure la musica. Alla torta ci pensò don Giorgio che si impegnò in ogni modo per far sì che la cerimonia fosse quasi normale. Coinvolse le donne, le mogli degli agenti, per la preparazione del dolce. Ottenne che almeno loro fossero presenti in chiesa: «La futura sposa non è una detenuta – disse – non è giusto celebrare un matrimonio in una chiesa vuota. La spuntò anche per le foto, scattate con la sua «Canon» che affidò, dopo una serie di dettagliate istruzioni, all’allora brigadiere Lorenzo Spanu. Servizio fotografico in 36 scatti, anche il bacio tra gli sposi che, in realtà, non doveva esserci perchè non autorizzato. L’unico tra «don Raffaè» e la sua «Tina» in 25 anni di matrimonio. Quelle nozze furono quasi normali grazie a don Giorgio: oltre alla torta, in una stanzina, anche un brindisi con spumante e bicchieri di plastica. “’O professore” testimoniò la sua riconoscenza. Il supercarcere. Andava a celebrare la messa nel corridoio di Fornelli, don Giorgio, tra mafiosi e terroristi. Aveva scelto quello spazio perchè così tutti potevano vedere e sentire. Un giorno da una delle celle partì una pernacchia. Non si scompose, si voltò nella direzione giusta: «Serve solo a chi l’ha fatta, a me non serve». La messa per Riina. Nel bunker del boss ci andava accompagnato dal capo posto, dal responsabile della polizia penitenziaria. Messa solo per lui, ogni tanto, quando «zio Totò» la chiedeva, inserita tra le letture della vita dei santi. L’addio all’Asinara. Lasciò l’isola nel febbraio del 1998 insieme a tutti gli altri, in una situazione non proprio di serenità collettiva. «Le cose vanno così – commentò – l’Asinara è una risorsa del territorio. Ma tutto quello che è stato non si può cancellare. Non sarà più come prima». C’era un velo di tristezza nelle sue parole. Negli ultimi anni, ogni volta che raccontava le storie di vita dell’Asinara si riscopriva nostalgico. E se sfiorava la commozione, allora tornava a scherzare alla sua maniera: «Sai questa macchina fotografica è famosa – è quella che ha immortalato le nozze di Cutolo. Acquisterà valore nel tempo». Ma sapeva bene che non era una questione di foto. Con don Giorgio se n’è andato un altro pezzo della storia dell’Asinara. (gia.ba.) i sarde, nuovi progetti per la svolta